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7.2

Enzo Carella, chi era costui? Nel panorama editoriale mancava un libro che potesse rispondere all’interrogativo e finalmente, grazie al lavoro certosino di Avincola – cantautore che i più ricorderanno per Goal!, brano presentato al Festival di Sanremo nel 2021, e per Barrì (2023) con il testo di Pasquale Panella – è arrivato ai nostri occhi e tra le nostre mani. Perché sì, quella del cantautore romano, genio elusivo della nostra canzone, autentico outsider, è una storia che merita di essere raccontata. E più si procede con la lettura, più quest’urgenza trova giustificazione.

“Ho immaginato questo libro come un montaggio di un film che vuole raccontare non solo l’artista, ma anche l’abbraccio di chi ha voluto bene a Enzo Carella standogli vicino e sfiorandolo appena. Ognuno a modo suo, ognuno con le proprie parole, ognuno col proprio sentire”, scrive Simone Avincola nell’introduzione. Enzo Carella. Dolce tu per tu scorre che è un piacere, e come un documentario con tante voci procede per zoomate con un ordine cronologico piuttosto rigoroso, dai primissimi passi raccontati dalla sorella Susanna fino all’ultima prova discografica Ahoh Ye Nanà. Un racconto appassionato pregno di curiosità, che fruga con rispetto nella vita e nella carriera di Enzo con lo spirito di un amorevole detective (specie quando si tratta di capire il motivo dei lunghi silenzi e cosa facesse negli anni di inattività discografica). Ne emerge sì un personaggio assolutamente sui generis, ma anche un musicista con le idee chiarissime riguardo a cosa volesse ottenere. Un suono che in Italia non c’era, tra prog, jazz-fusion, funky e momenti riflessivi mai leziosi.

La musica di Enzo Carella non seguiva i soliti binari della canzone d’autore di successo, per quanto assorbisse tanto la lezione del progressive (al terzo album Sfinge lavorò Elio D’Anna, già negli Showmen e in seguito negli Osanna) quanto quella del Battisti post-Anima latina. Fuori dai binari erano anche gli affascinanti, criptici, giocosi testi di un poeta, romano anch’egli, che di nome fa Pasquale (Lino, per gli amici) Panella. Uno che proprio non ce la fa a scrivere in rima “cuore” e “amore” e che trova sempre nuovi escamotage per raccontare a modo suo il sentimento (“io faccio il pazzo / brucio Parigi per te / io faccio il pazzo / ma tu non bruci per me”, e ancora: “il mio cuore è fuori moda / non sei più la festa mia”) e il piacere della carne, per quanto ben celato da opportuni scherzetti (“ho freddo al collo / in bocca a te è più bello”). Una simbiosi, quella tra i due artisti, che durò per tutta la carriera di Carella anche se trapela una certa insofferenza quando Lino diverrà paroliere di fiducia di Lucio Battisti a partire da Don Giovanni del 1986 (arrivando a dichiarare che no, lui quei dischi non li ha mai ascoltati). Avincola, volutamente, non risolve tutti i misteri (in fin dei conti perché infastidirsi se già per altri, come Amedeo Minghi, scriveva i testi celandosi dietro pseudonimi?) e non interpella direttamente l’estroso quanto riservato paroliere che negli anni avremmo conosciuto anche grazie a canzoni di Angelo Branduardi, Mango, Mietta e persino Valeria Rossi e Sal Da Vinci.

Come si collocava, dunque, il baffuto musicista nel mondo della It Dischi di Vincenzo Micocci, proprio quel Vincenzo io ti ammazzerò di Alberto Fortis che prima “inventa” i cantautori alla RCA (Gianni Meccia, per fare un nome), si trasferisce a Milano alla Ricordi e già che c’è lancia Bobby Solo, Luigi Tenco e Ornella Vanoni per poi fondare un’etichetta con cui fa muovere i primi passi ad Antonello Venditti, Francesco De Gregori e Rino Gaetano (ma anche al primissimo Gianni Togni)? In Vocazione è in un mondo tutto suo, con il basso “parlante” di Fosse vero e l’incedere gommoso e saltellante di Malamore (ripresa per primo da Colapesce per la deluxe edition del suo primo album), per quanto attorniato dai musicisti dei Goblin. Con Barbara e gli altri Carella ci si gioca la carta Sanremo, grazie anche all’eccellente lavoro di Gianni Mazza al Festival e di un promoter innovativo come Michele Mondella. Barbara si piazza addirittura seconda, anche se lui sembra un alieno, con uno sgangherato corpo di ballo sul palco che simula una sorta di proto-karaoke con dei cartoni (ottimo espediente per ricordare il testo).

Un funky gioioso con quei coretti da tormentone quasi riesce a far annusare la fama al nostro, che se da una parte la desidera dall’altra scappa con disagio dai riflettori. Si dimostrerà ancora più alieno quando tenterà il rientro nel mondo della discografia dopo undici anni, nel frattempo totalmente cambiato, tra un disco semi-antologico e uno registrato in casa, più la partecipazione ad Aida ’93 insieme ad altri artisti della BMG (Samuele Bersani, Angela Baraldi, Leandro Barsotti…).
Per il volume, Avincola ha interpellato decine di persone tra musicisti, discografici, addetti ai lavori, fan, giornalisti e colleghi cantautori che hanno conosciuto personalmente Carella o ne riconoscono l’influenza. Sorprende, per esempio, che Maccio Capatonda volesse inserire Parigi nella colonna sonora di un suo film, ed è una risata tenera e dolceamara quella che suscita il racconto del già citato Colapesce. Di tanto in tanto nel libro compaiono, oltre a foto inedite, screenshot di Facebook. Per esempio di quando taggò Paola Ummarino, che dichiara nel libro: “Era un ragazzo super divertente e contemporaneamente molto chiuso. Bastava che non gli piacesse una persona per incupirsi subito“, e ancora: “Non si preoccupava di dover cambiare il suo modo di essere a seconda del contesto in cui si trovava. Quella era la sua personalità“.

Illuminanti le testimonianze di Maurizio Guarini, Fabio Pignatelli, Carlo Pennisi e Agostino Marangolo (“Le produzioni avevano un valore altissimo, se bisognava registrare un disco ci permettevano di stare in studio ad libitum… anzi, ad mortem!“) sul making-of di Barbara e gli altri Carella (ma attenzione, perché Avincola è riuscito a risalire anche agli autori degli scatti dell’artwork!). Quanto agli attestati di stima nei confronti dei colleghi, emerge quello verso Lucio Dalla (“veramente una persona straordinaria“, disse a Katiuscia Piretti) e Ivan Cattaneo (“propone una ricerca che apprezzo abbastanza“). Trovano posto anche trascrizioni di interviste televisive, come ad esempio quella al TG3 del 1992 per promuovere De Carellis, e l’affettuoso ricordo di Gustavo Tagliaferri (“Ricordo che si vedevano spesso con mio padre. Molte volte giravano per Villa Pamphili, ero un bambino e gli facevo simpatia“). Cinzia La Fauci di Snowdonia rivela la mancata collaborazione con Enzo – “Un momento diceva: Registriamo, il momento dopo Non voglio fare più niente, riportatemi a casa” – e Marco Bercella le sue lunghe chiacchierate al telefono con Enzo, rigorosamente da telefono fisso, e concede la trascrizione dell’intervista radiofonica che riuscì a realizzare nel 2016 (“Panella mi raccontò che Battisti gli disse che era in aereo e sentendo Malamore pensò: Ammazza, in Italia c’è qualcuno che fa queste cose?“).

Libro estremamente scorrevole, con non pochi colpi di scena, Enzo Carella. Dolce tu per tu per la sua struttura non è una biografia come tutte le altre. E trattandosi di Carella non poteva che essere così. L’opera fa parte di un progetto di più ampio respiro, che comprende il tributo Avincola canta Carella (al momento disponibile solo in digitale) con registrazioni in studio e dal vivo da solo e con ospiti come DenteAnna Castiglia. In più ci sono i concerti in giro per l’Italia di un artista che conferma forti connessioni con l’artista in oggetto e con un cantautorato d’antan che talvolta il tempo ha trascinato fuori dai riflettori (meritevole il suo film-documentario dedicato a Stefano Rosso reperibile su YouTube).

Frammentata come lo è stata la sua carriera, profonda, giocosa, satinata come la voce di Enzo, indisciplinata come i suoi provini (quando non eseguiva direttamente le idee ai musicisti in studio!), Dolce tu per tu è una biografia libera, come può esserlo un’uscita indipendente reperibile su Amazon (una scelta che Avincola ha preferito, affinché il lavoro non subisse troppe influenze esterne). Unica, come il repertorio di Enzo con quel suo fascino non sempre decifrabile, ieri funky, oggi yacht rock, con la sua profondità nascosta in un sorriso sornione.

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