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Dall’esordio col 45 giri Dolce di giorno/Per una lira del luglio 1966 – ma aveva già scritto brani di successo per altri interpreti, cosa che continuerà a fare anche quando indiscusso protagonista –, Lucio Battisti da Poggio Bustone ci mette meno di tre anni per carburare. Con Acqua azzurra, acqua chiara del marzo 1969 (Dieci ragazze sul lato B) arriva terzo al Cantagiro e vince il Festivalbar, le manifestazioni canore più seguite del paese dopo Sanremo, e guadagna il n° 4 della classifica dei brani più venduti. Da lì una frenetica ascesa che lo mette sul trono della musica leggera italiana di marca giovanile.

Non che manchino i campioni sulla sponda opposta, i beniamini dei “matusa” che stazionano ai “piani alti” delle classifiche – da Celentano a Gianni Morandi, da Orietta Berti a Claudio Villa –, ma Battisti è arrivato come un uragano, imponendosi al pubblico (nonostante i discografici abbiano nicchiato a lungo prima di arruolarlo) con una velocità e una sorpresa da blitzkrieg. Lucio Battisti del 1969 arriva a n°1 ed è il terzo album più venduto dell’anno, Lucio Battisti Vol. 2 del 1970 raggiunge (anche se pubblicato solo su cassetta e nastro Stereo 8) un ragguardevole n° 29 in classifica. In dicembre arriva Emozioni che nel gennaio 1971 è n° 1 e alla fine dell’anno sarà il quarto album più venduto, mentre anche Amore e non amore pubblicato in luglio, nonostante sia il primo 33 giri di materiale del tutto inedito e “mutante”, si piazza giusto per non perdere il vizio al n°1.

È solo l’antipasto. Se Lucio Battisti Vol. 4 (ottobre 1971) si arrampica “solo” al n° 3 – ma si tratta di una antologia approntata dalla Ricordi per sfruttare la gallina dai vinili d’oro appena passata alla Numero 1 (potevano trovare migliore rappresentante?) –, Umanamente uomo: il sogno (aprile 1972) ripristina al volo le gerarchie: non solo si prende il n°1 in classifica ma diventa il secondo album più venduto dell’anno (Mina è un osso duro). Il mio canto libero (novembre 1972), un disco che sfoggia la voglia di rinnovamento di Battisti e potrebbe allontanare il pubblico più affezionato, invece di mostrare cedimenti sui numeri conquista la vetta della hit parade e ci resta aggrappato quanto mai i precedenti. Inoltre risulta il long playing più venduto del 1973, mettendosi alle spalle nientemeno che i Pink Floyd di The Dark Side Of The Moon e l’Elton John di Don’t Shoot Me I’m Only The Piano Player che nella speciale graduatoria occupano il terzo e il quarto posto. Al secondo (solo perché pubblicato in settembre) c’è Il nostro caro angelo, un lavoro nervoso e insofferente allo schema della canzone italiana che si era preso il n°1 per 11 settimane. Una marcia trionfale. Sono anni nei quali il n°1 delle classifiche, di qualunque tipo purché si tratti di musica, è assegnato ad interim: non appena uscirà il singolo o l’album di Lucio Battisti gli si cederà il posto. Sembra un nuovo, inalienabile, articolo della Costituzione.

Battisti è un autodidatta della chitarra, un fine arrangiatore, un cantante che nulla ha che spartire con l’italico “bel canto”. Capace però di escogitare melodie, armonie, arrangiamenti che seppur non sono ordinari il più delle volte ti inchiodano sul posto al primo ascolto. La mia canzone per Maria, Io vivrò (senza te), Un’avventura, Non è Francesca, Acqua azzurra, acqua chiara, Dieci ragazze, Mi ritorni in mente, Fiori rosa fiori di pesco, Anna, Pensieri e parole, Insieme a te sto bene, Dio mio no. Sembra un autore programmato per produrre hit, il musicista laziale. Non si tratta di brani confezionati per vendere, però: sono belle canzoni piuttosto, emozioni in note, proprio come si intitola uno dei più belli e fortunati. E La canzone del sole, già. La, mi, re: tre accordi. Tra i più semplici da eseguire. Che sono stati per chiunque abbia provato a imparare a suonare la chitarra, per generazioni, il primo tentativo di abbozzare una canzone.

Ma lo straordinario successo di Battisti non è solo merito suo. I testi escono dalla penna di Giulio Rapetti in arte Mogol, paroliere in grado come pochi di intercettare i sentimenti basilari della massa, i più aderenti alla sfera intima e personale, quelli condivisi da tutti indipendentemente dalla status sociale, dal livello di educazione, di orientamento politico che pure in quegli determinava anche le scelte musicali dei ragazzi. Amore, delusioni, speranze, spaesamento all’interno della geografia sociale che sta mutando contemporaneamente ai costumi: la liberazione sessuale, il divorzio, lo stagliarsi all’orizzonte della grande macchina del consumismo. Mogol non filosofeggia, non vola troppo alto, ma estrae dal cilindro momenti di grande prosa, e produce in abbondanza frasi che arrivano a tutti, incisive spesso come slogan. I testi di Mogol, soprattutto, si fondono con la musica di Battisti con una precisione e una naturalezza che hanno del miracoloso, come il frutto di qualcosa che va oltre la casualità con la quale è iniziata la loro relazione professionale.

All’inizio degli anni ’70 la musica giovanile ha intrapreso una strada più tortuosa. I giovani dalla perduta ingenuità chiedono di più al contesto sociale così come alla musica. Canzone di protesta, progressive rock, hard rock, psichedelia si fanno strada in tutto il mondo, e i cantori di una Italia ancora socialmente e culturalmente arretrata devono – e molti vogliono – farci i conti. Fioriscono i festival pop alternativi alla parata di mummie sanremese o alle roccaforti della tv canzonettara come Canzonissima, i musicisti delle pop/rock band diventano più preparati, lo stesso pubblico sulla scorta di quanto arriva da Regno Unito e Stati Uniti si mostra più esigente.

Intelligente, sensibile, attento al mutamento di direzione del vento, Lucio Battisti sente che è giunto il momento di cambiare. Ma non è una mossa opportunistica, piuttosto una esigenza artistica personale che ha cominciato progressivamente a mettere in atto da Amore e non amore (1971), un album composto da quattro brani cantati che si alternano ad altrettanti interludi strumentali, tutti comunque ad alto tasso rock-hard-blues-prog, e non è un caso se i musicisti che accompagnano Battisti sono i Quelli al completo, di lì a poco la PFM, con una panchina lunga rappresentata da Alberto Radius alla chitarra e Dario Baldan Bembo a pianoforte e organo Hammond.

I primi due 33 giri che incide per la Numero 1, fresca etichetta tra i cui fondatori c’è Mogol e di cui Battisti è azionista, perdono lo slancio innovativo denotando rispettivamente un insolito passo indietro e una seguente fase di stallo. Umanamente uomo: il sogno annovera il suggestivo strumentale che dà il titolo all’album, Sognando e risognando, il brano più rock, e il sorprendente Il fuoco in odore dei tedeschi Can; poi una manciata di (diventati) classici da “restaurazione” come I giardini di marzo, Innocenti evasioni, E penso a te, Comunque bella. Il mio canto libero, invece, ingolfato di (belle) canzoni ricalibrate sui gusti del grande pubblico, smette ogni tentativo di Battisti di divincolarsi dalla sua immagine più nota. Bisognerà attendere Il nostro caro angelo, missato a Londra da John Leckie (e si sente), affinché il cantautore abbassi il ponte levatoio della sua cittadella per fare entrare le nuove suggestioni che mandano in confusione gli avvezzi al Battisti del cliché. La canzone della terra squassata da percussioni e ritmi africani in visionario anticipo sui tempi, i timidi ma significativi innesti prog rock di Il nostro caro angelo, il piano elettrico di Io gli ho detto no ammantata da una complessiva aura canterburyana, la versione funky di Prendi tra le mani la testa e la coda strumentale della lunga Questo inferno rosa, sono cicatrici che quindici mesi dopo diverranno profonde come stimmate.

Anima latina, pubblicato il 2 dicembre 1974, è lo zenit del Battisti in opposizione al sé stesso “canzonettaro” – appellativo senza intento denigratorio, anzi –, un’opera che non solo lo avvicina al progressive rock come è già stato ripetutamente detto, ma si fa forte di spunti che alla luce di ciò che è venuto (anche molto dopo) lo rendono sorprendentemente attuale. Abbracciala abbracciali abbracciati, il lungo brano di apertura, ha un incipit e una prima strofa che rimandano alle raffinate e rarefatte sonorità degli ultimi Talk Talk, i più evoluti. Un brano che pur mantenendo la tipicità del Battisti cantabile apre il campo a parti strumentali che raccolgono un sax à la Gato Barbieri, flauto, una fantasia di percussioni che ricordano il Santana di Borboletta. Ma la “regola” dell’apertura al mondo sonoro più insofferente dei diktat della discografia, “libertaria”, che si era imposto in quel momento, Battisti la applica all’intero album.

Forse un guanto di sfida lanciato dal cantautore che cominciava a ritrarsi dal circo della promozione, ad averne abbastanza dell’essere sempre sotto la luce dei riflettori per il piacere e l’interesse dello stritolante ingranaggio dell’industria, e per tutto questo diventava – complice il fatto che non sbagliasse un colpo – il bersaglio della concorrenza incapace di stare al passo. Secondo una tavola rotonda imbastita dal settimanale Oggi, stimati colleghi come Riz Ortolani, Augusto Martelli, Aldo Buonocore lo mettono in croce definendolo rispettivamente “scopiazzatore”, “un dilettante spaventoso e un pallone gonfiato”, dotato di una voce che “è una lagna, uno strazio”. Forse, invece, Anima Latina era un guanto di sfida lanciato a sé stesso per dimostrarsi in grado di superare scogli musicali considerati (da certa critica, da certo pubblico) più impegnati e impegnativi di quelli affrontati fino a quel momento. O ancora, più semplicemente, Anima latina è il risultato della naturale evoluzione di un musicista che, dotato di acume e curiosità per l’evoluzione della musica e della società, assorbiva, raccoglieva, intendeva rielaborare le esperienze nella sua bottega in modo del tutto nuovo.

Qualunque sia la reale motivazione che lo ha spinto a deragliare senziente dal suo percorso abituale, il quinto disco di materiale originale del cantautore entra in rotta di collisione col mondo della canzone leggera e della puerile bagarre che l’accompagnava oltre la musica. Il più lungo della discografia di Battisti fino a quel punto, oltre 47 minuti, la durata che è tipica dei dischi di prog rock, il genere che più di ogni altro aveva dilatato i confini della canzone, sperimentando la follia e il gusto di frullare ogni genere musicale e ogni cosa potesse essere fissata dentro una registrazione – compresi i rumori ambientali e quelli riprodotti in studio.

Anima latina è composto di tre tracce da 7 minuti, due da 5, e tre intorno al minuto scarso: il percorso (a)tipico, asimmetrico, dell’album da band underground (in Gran Bretagna si diceva così, prima che si affermasse la definizione di progressive) o pop (che si cianciava in Italia), quelle con la testa da tutt’altra parte – anche grazie all’(ab)uso di additivi – rispetto all’esigenza di comporre 45 giri. Che qui, in Anima latina, potrebbero essere Il salame o La nuova America. Ma solo per una questione di tempo, intorno ai tre minuti ciascuna, perché entrambi i brani restano fedeli al mood generale dell’album, “alieno” alla discografia battistiana (mi si perdoni l’orrore semantico), considerando inoltre che il secondo, in virtù di una manciata di parole, va considerato un pezzo strumentale. Da Anima latina, per confermare il concetto, non verrà estratto alcun quarantacinque giri. In realtà fu programmata la stampa di Due mondi/Abbracciala abbracciali abbracciati in versione editata, decisione in seguito bocciata. Ne furono realizzate poche copie che circolarono a scopo promozionale per le radio e all’interno del circuito dei juke-box allora ancora abbastanza consistente.

In una intervista a Ciao 2001 del 1° dicembre 1974, Battisti sottolineava come “Anima latina è per me un’operazione culturale, quasi un esperimento, e tale dovrà restare”. Un’operazione culturale perché scaturiva da un viaggio in Sudamerica – insieme al sodale paroliere – che lo aveva colpito e permea la sostanza del disco: “La mia lunga permanenza in Brasile, in Sudamerica in genere – continuava Battisti – mi ha fatto prendere coscienza di un’altra dimensione della musica: musica come vita, come possibilità di stare insieme, di ballare insieme, di protestare insieme. (…) Ed è un grosso fatto sociale oltre che musicale”. Peccato per quel “quasi un esperimento, e tale dovrà restare”. (Ma a lungo andare, negli ultimi anni di carriera il pensiero di Battisti cambierà).

Certo per chi si aspettava il sequel di La canzone del sole, Anima latina è un esperimento più estremo di quanto da lui stesso avvertito; financo oltraggioso se orecchie rattrappite come quelle di certi colleghi lo additarono come disco dove “c’è poco da capire: qui non c’è musica”. Ma fa male soprattutto la miopia di Shel Shapiro, che transfuga dalla swinging London avrebbe dovuto essere meno incartapecorito e straniero all’endemico senso di ripulsa tipico italiano verso l’arte d’assalto: l’ex Rokes dice di Battisti che se “scrive questo tipo di musica, Lucio si trova in una situazione artistica confusa”. È diventato un famoso e ricercato produttore: la chirurgia fa miracoli, gli avranno trapiantato orecchie più finemente sintonizzate.

A smentire gli invidiosi incapaci e i sordi, sui dischi precedenti di Lucio Battisti non c’è mai stata così tanta musica – libera di espandere, agitata e fremente – quanta ce n’è su Anima latina. Di Abbracciala abbracciali abbracciati, Il salame e La nuova America si è detto. Le altre gemme sono Due mondi, cantata in coppia con Mara Cubeddu dei Flora Fauna e Cemento (band dal retrogusto progressive che incideva per la Numero 1), vitalizzata da spezie sonore dell’Emisfero Australe, fiati polverosi e pungenti, gutturali chitarre filtrate e charango, e Anonimo che si muove zigzagando tra un arrangiamento pastoso – flauti, xilofono, tastiere che ansimano fantasmatiche – e un finale bandistico che autoironicamente, a doppia velocità, riecheggia I giardini di marzo. Gli uomini celesti, fondamentalmente acustico, il testo dal dito puntato su una società alle cui regole coercitive è difficile sfuggire (non impossibile, resta una speranza), e Anima latina dall’effluvio esotico, un coro e ritmi da scuola di samba in parata al carnevale di Rio (de Janeiro), parole che descrivono le favelas tra compassione e supporto. Macchina del tempo che pare il Banco del Mutuo Soccorso, poi prende la forma canzone e sul finale Battisti immerge in ulteriore risacca brasileira, e Separazione naturale, una macchinazione kraut-rock da mandare fuori di testa quelli che “c’è poco da capire: qui non c’è musica”, per costoro più dolorosa di un fischietto a ultrasuoni per i cani.

Si dice in giro che Anima latina è un concept album. Ci sono “riprese” (di temi) e l’argomento che rimbalza (non sempre) è l’amore e il rapporto tra uomo e donna (una costante del repertorio Battisti/Mogol). 2 + 2. Basta per farne un concept album? Non importa. Conta che si tratta del disco più inaspettato della discografia del cantautore fino a quel punto. Di un album dove di musica ce n’è tantissima, ispirata e sincera oltre le aspettative della discografia e del pubblico a lui più fedele che avevano più di un motivo di storcere il naso. Contro tendenza (rispetto al Battisti più noto) sin dalla copertina, con quella bellissima trovata dei ragazzini che festanti celebrano il senso di gioia e libertà strettamente legato alla musica per la musica. Musica senza pastoie rappresentata da un trombone magari trovato abbandonato e non ancora domato (il bambino ci soffia dentro ma ne trae suoni scomposti), coperchi di pentolacce da rancio a mo’ di cimbali, tutti a danzare in cerchio, che benché povera – come si dice di certo cibo, il “piatto povero della tradizione” –, indifferente ai bisogni dell’industria e alle aspettative di pubblico, media e critica, ha un’anima. Grande, inclusiva, poliedrica. Latina e non solo. Bella.

P.s.: nonostante lo sgomento suscitato tra le file dei fan, la sorpresa degli altri, il ritrarsi di Battisti dalla sfera pubblica, nonostante tutto, indovinate il posto in classifica raggiunto da Anima latina? Esatto, proprio come da articolo della Costituzione.

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