Enzo Carella è stata una folgorazione (Contiene anche: ‘Italiani brava gente’)
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Gabriele Marino
- 28 Febbraio 2024
Enzo Carella è stata una folgorazione. La scossa è arrivata nel 2008 con Italiani brava gente di Zingo (Christian Zingales), uno dei libri più definitivi su cosa voglia dire scrivere di musica e applicare questa scrittura di musica al mondo della musica italiana.
Emanazione della rubrica eponima portata avanti per qualche anno su Blow Up e incentrata sul racconto sinteticissimo dell’intera discografia, fino al 2007, di una serie di artisti italiani speciali, Italiani è più di una semplice rassegna o canone. È un libro a tesi: si apre con chi ha emesso i primissimi vagiti rock and roll in Italia, Adriano Celentano, e si chiude con quella che per Zingales è la trimurti somma della musica italiana, Lucio Dalla, Franco Battiato e Lucio Battisti. In mezzo c’è non tutto ma di tutto, scegliendo, dalla meteora Diana Est fino a totem ingombranti come Fabrizio De André o Vasco Rossi e culti undeground/iperpop come gli Squallor. Esclusa dalla pubblicazione in forma di libro, quasi sicuramente per motivi cronologici, la puntata dedicata a ZuccheroFilatoNero, l’unico disco solista di Mauro Repetto (“il biondino degli 883“).
La mole delle schede ha una struttura triadica molto evidente: una intro in puro stile Zingo, poi la disamina veloce, ma più che veloce asciutta, e chirurgica della discografia integrale dell’artista, poi una piccola outro che spesso e volentieri è un giudizio di sintesi sulla carriera. Alcune schede su alcuni artisti più speciali di altri sfuggono però a questa formula e si concentrano su un oggetto o un momento in qualche modo identificato come epifanico, anche se magari laterale o marginale. De André si apre con la “retorica dell’antiretorica” di un Paolo Villaggio che lo ricorda a caldo in TV poco dopo la morte con un aneddoto agghiacciante che vedeva il cantautore genovese impegnato per scommessa a masticare un pipistrello bagnato. Zucchero si apre con il resoconto delle sue provincialissime fisime di internazionalismo resocontate spietatamente dal suo storico manager. De Gregori la tira infinita con un’intervista in cui il cantautore romano aveva asfaltato l’amicissimo Walter Veltroni. Per poi dare spazio praticamente quasi solo alla Donna cannone. Tropo riduzionista questo, ossia chiudere l’occhio di bue su un dato artista fino a illuminare un singolo testo, che viene replicato anche per Mia Martini con Almeno tu nell’universo, la cui performance con i pugni chiusi rivolti al cielo viene narrata in primissimo piano, e Umberto Tozzi con Ti amo. Ci sono schede che, ancora, esulano dalla formula e vanno a raccontare in stile flusso di coscienza l’epopea di Sanremo, quella di Pavarotti, e poi Paolo Conte, Luigi Tenco e i CCCP scritti e descritti mimeticamente attraverso le loro parole o attraverso parole che potrebbero appartenere loro. Gino Paoli, Mina e Battisti vengono trasfigurati in paesaggio dell’anima, perché il primo scrisse Sapore di sale a Capo D’Orlando, la seconda si scioglie nei contorni postcomaschi di Lugano e il terzo diventa il luogo dove dopo la morte a lungo ha riposato, il cimitero di Molteno. La scheda di Gino Paoli è lunga quattro pagine e per una e mezza c’è scritto solo “Vicino a me, vicino a me, vicino a me”. Prendere o lasciare.
Inizia così, invece, la scheda zingalesiana dedicata a Carella, con quattro righe di sintesi folgorante, appunto, per poi tematizzare la divertente ma anche inquietante doppelgangherosità con Battisti, via Pasquale Lino Panella, che prima scrisse i testi per il primo e poi per il secondo. E che, ricordiamolo, ha scritto i respingenti e visionari dischi bianchi di Battisti, sì, ma anche Trottolino amoroso per Minghi-Mietta e la versione italiana del Gobbo di Notre Dame per Cocciante.
E all’improvviso un alieno, un romano, ma alieno, alieno rispetto a Roma, all’Italia, a se stesso, eppure romanissimo, italiano fino al midollo, unico, doppio, unico e doppio, un uomo dotato di facce, almeno due, anzi di più, un artista forte di una sua struggente invisibilità, un enigma fatto carne, un gioco del destino, l’archetipo celeste, la premonizione, il buco nero del pop italiano. Enzo Carella esordisce nel ‘76 con un 45 giri, Fosse Vero, testi Lino Panella musiche Vincenzo Carella, a inaugurare una coppia autoriale che diventerà una sorta di negativo sotterraneo di quella formata sotto i riflettori da Battisti e Mogol. Panella insegue una enigmaticità giocosa e colta, fitta di richiami letterari e filosofici, là dove Mogol ricerca la perfetta sintesi popolare. Carella rimbalza quel misto di melodie italiane e ritmi americani in un inconscio privato e splendente. Battisti esplode tutta la sua natura stellare di quella formula sonora nell’inconscio popolare. Ma i paralleli sono troppi e troppo non ricercati dalle parti in causa, quasi figli di un equivoco, per non passare inosservati. Certo, il compiacimento fisico nel giocare con le parole che accomuna Mogol a Panella, ma soprattutto le macchine Battisti-Carella messe a confronto. La voce, la romanità, persino la faccia sembrano identiche. E questo certo non in un patetico meccanismo imitativo alla Audio2, ma in una naturalità equivoca e inquietante. Perché i modi e gli stili dei due alla fine hanno pieghe diverse, ma sembrano legate più che altro da qualcosa di impalpabile che chiameremo con il senno di poi destino
Christian Zingales
Carella sostanzialmente dimenticatissimo ma ricordato in poche righe sempre generose in vari libri ormai abbastanza vecchiotti sulla musica italiana, ricordato come uno tra i tanti lanciati da Vincenzo Micocci e come uno tra i pochi seguiti da Battisti (che, appunto, gli “ruberà” il paroliere), frequentatore di Antonello Venditti e Rino Gaetano, Enzo bellissimo, simpaticissimo, sfrenato, naiffissimo. “Gainsbourg romano”, “erotismo fatto canzone”, lo avrebbe definito la penna raffinata e ideologica di Camillo Langone.
Nel 1979 c’era stata l’epifania a Sanremo con Barbara, discomusic sotto e testo “nonsense” sopra, che arrivò seconda, con annessa tutta la mitologia per cui da quella performance, con le ballerine a reggere i cartelli con impresso sopra il testo del brano, sarebbe nato il karaoke, perché alcuni manager giapponesi erano all’Ariston ed erano rimasti impressionati dalla cosa. Si trova il video su YouTube. Tra le poche pochissime altre testimonianze videotelevisive: dieci minuti dionisiaci girati da Michelangelo Giuliani per il Mister Fantasy di Massarini, siamo nel 1981.
A un certo punto, dopo che la coda lunga del successo di Barbara si perde negli anni Ottanta, comincia lenta lentissima la riscoperta. Un’intervista preziosa, intimissima e già esistenzialmente claudicante di Timisoara Pinto nel 2009 per RadioUno, con una Barbara stripped down voce e chitarra che ricorda l’ultimissimo Gil Scott-Heron. Stesso anno della comparsata ai Migliori anni di Carlo Conti, sempre con e per Barbara. Nel 2012 cominciano a circolare i primi artigianalissimi video di artigianalissime versioni di Malamore a opera di Lorenzo Urciullo/Colapesce. Intanto nell’agosto Enzo viene arrestato perché aveva scordato di chiudere l’irrigatore della sua piccola piantagione di marijuana e aveva finito con l’allagare il piano di sotto. Sgamato. Che tipo.
Arriveranno poi a sancire lo status di culto, ma prima ancora semplicemente l’amore genuino per un artista che va inserito tra i grandissimi, anche Riccardo Sinigallia, Valerio Lundini e Fulminacci, Maccio Capatonda e Avincola. C’è un breve ma accorato servizio televisivo andato in onda su Rai1 nel 2023 che mette insieme un po’ tutto e fa intuire che le teche Rai sono piene di cose interessanti mai riandate in onda.
Enzo Carella è morto il 21 febbraio 2017 di infarto, era in terapia intensiva da qualche tempo. La notizia è stata data la mattina del giorno dopo, il 22 febbraio, che era mercoledì. Io ero in metropolitana che sulla Gialla andavo da Dergano a Milano Centrale per poi prendere la Verde fino al capolinea a nord e finire il viaggio con un bus per scendere alle Torri Bianche di Vimercate. Ero in metro nell’alienazione del primo mattino e, cosa per me rara, avevo le cuffie, e mentre scorrevo il feed di Facebook e leggevo che Enzo Carella era morto, io stavo ascoltando proprio lui, Enzo Carella. Direttamente da una cartella Dropbox, in formato mp3. Oggi non è domani. Micidiale.
Nel gennaio-febbraio 2014 gli avevo scritto su Facebook, volevo intervistarlo, mi aveva risposto con estrema gentilezza, poi non mi feci più vivo io, fagocitato dalle cose. Che minchione. Metto qui non i messaggi di Enzo, mi sembrerebbe di pessimo gusto, ma solo l’ultimo mio.

Segue adesso un’introduzione del tutto personale e assolutamente parziale e incompleta a Carella. Partiamo con molte parole e poi come la musica di Enzo, ci andremo rarefacendo.
Vocazione è l’alfa, il primo pezzo del primo disco. Che genere è? Prog bucolico psichedelico? Alle tastiere, al basso e alla batteria ci sono i Goblin Guarini, Pignatelli e Marangolo. Alla chitarra il siciliano Carlo Pennisi, che è sempre di quel giro lì. E come è trattata la voce, da dove suona? È già vaporwave. C’è quasi tutto qui. Il testo: “I chierichetti vanno dalla chiesa fino al fiume con i ceri dritti dritti e in bocca un introibò, i chierichetti teneri capretti del signore sono rossi e bianchi, allalì alleluià, la chioccia monsignore scivolando in limousine fa la barba all’erba croce con i bordi del piquet, dalie sul faccione, grassa comunione, che lussuosi fianchi, allalì alleluià, l’aldilà è un ponte sulle lavandaie, odor di sapone e di santità, castità è un panno bianco che asciuga da sé sopra un’erba d’alleluià”. [Il video l’ho caricato io su YouTube nel 2011]
Oggi non è domani è l’omega, uno degli ultimi pezzi. La voce è acciaccata, nobilmente. Qui Panella sorprendentemente sembra spiegarsi: non semplicemente “essere chiaro”, ma proprio spiegare la sua poetica panelliana (“La superficie sarà, domani profondità. E questa esteriorità, domani interiorità. Il senza senso sarà, domani l’intensità”).
Fosse vero è il primo singolo del primo disco, in pratica la prima cosa che si è ascoltata in giro di Carella. Siamo in linea con la fascinazione fortemente funk della musica italiana dell’epoca, da Dalla a Battisti. La voce: dov’è, da dov’è?. “Ed un niente di rispetto, scandali di un dito … un po’ di tensione, tra una gatta e un calore”.
Malamore, il pezzo oggi più celebre, sicuramente uno tra i più belli in assoluto. Miele velenoso.
Il sud è un’infanzia sudata. “Al tempo delle more si moriva piano al sole, caldo che, vaporava l’età … Prete a volo va, sottanone superstar”.
Mare sopra e sotto
Contatto
Amara
Stai molto attenta
Riflessione finale. “Chiuso nell’albergo, nell’accappatoio, se m’uccido qui non muoio, c’è l’amnistia, scarico la doccia come artiglieria, esco sgocciolando, lacrimando dalla noia, io che metto a nudo la chincaglieria, del mio corpo vado crudo, verso l’autopsia”.
