Recensioni

Il 18 gennaio 2024 è venuto a mancare Juan Mendez, meglio conosciuto come Silent Servant. Una morte precoce e inaspettata, resa ancora più sconvolgente dalla scomparsa di sua moglie Simone Ling e di Luis Vasquez – aka The Soft Moon – nello stesso tragico incidente. Questo scritto vuole essere sia una recensione di Negative Fascination, l’album di debutto di Silent Servant del 2012, sia una panoramica che un ricordo di uno degli artisti più ammirati, artisticamente e umanamente, nella scena techno degli ultimi vent’anni.
Juan Mendez è stato tante cose. Produttore innovativo, dj eclettico, art director e direttore creativo per brand ed etichette discografiche, label manager, membro del leggendario collettivo Sandwell District, e, a giudicare dai ricordi condivisi in rete dagli artisti che hanno avuto modo di conoscerlo, un essere umano squisito. Disponibile, umile, totalmente dedicato alla musica e al suo connubio con la dimensione visiva. Un Servo Silenzioso, per l’appunto, dalla carriera trentennale volta costantemente ad una visione artistica senza compromessi. In un panorama, come quello della techno e della musica dance in generale, che ha pienamente adottato il peggior divismo e culto della personalità tipico delle popstar – alimentato dalla compulsione alla presenza online – Juan Mendez spiccava per il suo basso profilo.
È proprio sulle fondamenta di un antidivismo senza fronzoli che nasce, nei primi anni 2000, il collettivo Sandwell District. Regis e Female, già alfieri della techno di Birmingham, il newyorchese-trapiantato-a-Berlino Function e Silent Servant, operativo dalla sua Los Angeles in cui ha vissuto fino alla prematura scomparsa. La piena portata dei Sandwell District – attivi come collettivo e label dal 2002 al 2011 – credo non risieda tanto nel loro output musicale, benché mediamente di ottima fattura, quanto nella loro attitudine fieramente undergound e votata all’anonimato.
Negli anni in cui Berlino e la scena dance soccombevano all’ondata minimal, Sandwell District ha proposto una techno sì minimale, ma al contempo ricca di sfumature. Ipnotica, avvolgente, spesso corredata da atmosfere misteriose e conturbanti. Una techno che guardava al passato e simultaneamente spianava la strada per il futuro se, come crede il sottoscritto, rinveniamo nel collettivo gli apripista per quella micro-rivoluzione interna alla techno che agli slanci sci-fi detroitiani, alla durezza di Jeff Mills e della stessa UK techno, e alla plasticosità sterile in cui è involuta la scena minimal, opponeva un’estetica rigorosamente dark. Se abbiamo associato per anni il binomio techno-Berlino a dischi dalle copertine in scale di grigio e ad outfit rigorosamente total black, credo vada riconosciuta ai Sandwell District se non la paternità, certamente una spinta determinante nell’affermazione di tale estetica (a sua volta, forse inevitabilmente, involutasi in cliché trito e ritrito).
Ciò che colpisce maggiormente dando un’occhiata al catalogo Sandwell, è il privilegiare l’aspetto collettivo rispetto all’autorialità individuale. Numerose uscite presentano informazioni ridotte al minimo. Tracce senza nome, una rete di remix e ‘versions’ interne ai membri del collettivo, per non parlare dell’opacità identitaria portata avanti a colpi di alias criptici disseminati qua e là. Le grafiche di accompagnamento si possono dividere in due filoni principali: da un lato un minimalismo austero e all’apparenza anonimo (sulla scia dell’estetica Basic Channel/Maurizio/Chain Reaction), e collage ispirati alla tradizione dadaista e surrealista, ma anche al mondo delle fanzine DIY, dall’altro.
La mente dietro questi collage che spesso rendono i dischi Sandwell District delle piccole opere di arte grafica, è proprio quella di Silent Servant. Rigorosamente in bianco e nero, spesso caratterizzati da inquietanti mut(il)azioni del corpo umano, i collage realizzati da Mendez sono la controparte ideale di una techno ipnotica (un singolo del Nostro si chiama proprio Hypnosis in the Modern Age) e claustrofobica. L’euforia e l’impeto del sound degli anni ’90 che lascia posto ad un diffuso e non meglio localizzabile senso di angoscia. Uno stato di paranoia perpetua che repelle e attrae allo stesso tempo.
Un’estetica perfettamente condensata nelle due parole che danno il nome al primo album di Silent Servant: Negative Fascination. Uscito nel 2012, a breve distanza dal primo e unico album del collettivo – quel Feed Forward osannato e diventato oggetto di culto, recentemente ristampato a furor di popolo – ma soprattutto poco dopo che i Sandwell District avevano annunciato il proprio scioglimento. Dalle ceneri del progetto, Mendez prosegue con la sua carriera solista, coltivando e portando verso nuovi lidi quell’immaginario sonoro e visuale che aveva reclutato adepti in tutto il mondo. La prima novità è rappresentata dalla label per cui esce l’album: la Hospital Productions di Dominick Fernow, punto di riferimento per gli amanti di industrial, noise e sfumature varie di darkness. Cambia anche l’impostazione grafica, con i collage del periodo Sandwell che lasciano il posto ad una elegante quanto minacciosa fotografia in bianco e nero: una mano che regge un pugnale (l’EP con gli extended mix di alcuni brani dell’album proporrà una variante ancora più macabra, con lo stesso pugnale adagiato su una fila ordinata di rose).
Da questo momento in poi, la fotografia sarà il medium visuale prediletto da Mendez, medium che gli permetterà di sondare quella sottile linea di confine tra iconografia erotica, occulta, noir e macabra. E d’altro canto sono questi i poli intorno a cui ruotano la sua musica e i titoli scelti per le sue tracce. Come accennato poc’anzi, il Silent Servant di Negative Fascination non rinnega la techno, ma ne amplia lo spettro sonoro. L’album è un concentrato tanto breve (40 minuti scarsi) quanto denso di generi musicali accomunati da una matrice umorale oscura: oltre all’incedere techno troviamo infatti marce macabre di stampo minimal wave e EBM, momenti di stasi claustrofobica dark ambient, e industrial alienante e meccanica. Influenze riscontrabili nei suoi mixati – su tutti, il mix per Fact dello stesso anno, in cui il Nostro unisce passato e presente suonando, tra gli altri, brani di DAF, Led Er Est, The KVB, Cabaret Voltaire, In Aeternam Vale e Diseño Corbusier – e nei suoi dj set dell’epoca, e che trovano in Negative Fascination una summa che a distanza di 12 anni non ha perso smalto, suonando paranoica e affascinante oggi come ieri. L’ascoltatore non può che lasciarsi abbracciare dalla fascinazione negativa.
Il mood è messo in chiaro dall’iniziale Process (Introduction) col suo droning minaccioso, rimbombi industriali, e una voce riverberata che sembrano giungere da un’altra dimensione. È l’introduzione perfetta per Invocation of Lust, cassa dritta e arpeggio ossessivo resi ancora più sinistri dall’incedere su BPM al di sotto della media techno (siamo intorno ai 113 BPM). Insieme a The Strange Attractor – altro brano techno che utilizza sibili industrial come melodie – è il pezzo più vicino al suo sound proposto ai tempi dei Sandwell District. Ci pensa poi la minimal wave di Moral Divide (Endless) a catapultarci con la mente e con le orecchie in qualche locale spoglio e in penombra degli ‘80s. Se è vero che il diavolo si nasconde nei dettagli, il rischio di manierismo pedissequo è scongiurato dal droning e dagli effetti che si muovono senza sosta alle spalle e intorno all’ipnosi meccanica delle drums. Temptation & Desire non è meno ipnotica e avant-revivalista con la sua darkwave che per struttura e timbri è il contraltare maschile alle liturgie funebre realizzate negli stessi anni dai Tropic of Cancer (progetto in cui Mendez era inizialmente coinvolto insieme alla cantante e sua partner di allora, Camella Lobo).
Dopo un tris di pezzi segnati dal battito percussivo, l’ambient di A Path Eternal sembra offrire una tregua momentanea. Ma basta una manciata di secondi per ritrovarsi avvolti nella stessa coltre nebbiosa di prima; ancora una volta, il merito di questo indefinibile senso di angoscia misteriosa è dato dalla capacità di Silent Servant di utilizzare texture e timbri elettronici che sembrano dipanarsi nello spazio oltre che nel tempo. L’effetto è quello di sentirsi protagonisti in prima persona di un horror di Dario Argento o di un racconto di Lovecraft. Giungiamo così al gran finale, i quasi 9 minuti di Utopian Disaster (End) in cui troviamo la quintessenza del sound che Mendez prediligerà per il decennio successivo: cassa dritta techno (ma dalla velocità sempre moderata, questa volta siamo sui 124 BPM), arpeggi EBM e l’immancabile fondale (dark) ambient cinematico.
La peculiarità di Negative Fascination sta forse proprio nel modo in cui il Nostro gioca con figura di primo piano e sfondo. Se nella techno e nella dance in generale le percussioni occupano sempre il ruolo principale, con melodie, riff, soundscape e quant’altro a completare il quadro, ecco che Silent Servant inverte le carte in tavola (in una sorta di negativo fotografico della techno che rimanda al titolo) fino a confondere la percezione di primo piano e sfondo. A tratti viene quasi da pensare che siano le percussioni e il battito della cassa a completare lo spazio sonoro intessuto dai tappeti ambientali. A 12 anni di distanza, Negative Fascination ha avuto il merito di ampliare gli orizzonti della techno minimale – e quelli dei suoi ascoltatori – iniettandovi timbri e strutture industriali, gotiche e ambientali. Né industrial techno (il ‘Birmingham sound’ è molto più abrasivo e martellante) né ambient techno (dell’utopia ‘90s qui restano solo le paranoie e le ansie di un futuro mai materializzatosi), né tantomeno l’industrial o l’EBM canoniche, ma una personale interpretazione della darkness aggiornata agli anni ’10.
Se Negative Fascination può essere considerato l’apice della carriera musicale di Silent Servant, non ne rappresenta affatto la fine. Negli anni seguenti, Mendez ha pubblicato su etichette rinomate: Mote-Evolver, Cititrax, L.I.E.S., Ecstatic, fino all’ultimo, sciaguratamente nefasto EP In Memoriam uscito su Tresor a fine novembre. Appena due mesi dopo, e Silent Servant non è più tra noi. Oltre all’enorme lascito musicale, Juan Mendez ha fatto breccia negli appassionati di techno/industrial/EBM anche come grafico e curatore (insieme a Regis e James Ruskin) dell’etichetta Jealous God, attiva dal 2013 al 2018. Gli artwork di ciascuna release sono un testamento della sua estetica: fotografie conturbanti e dall’atmosfera sospesa, gli onnipresenti poli dell’erotismo e della morte colti nel loro flirt pericoloso e seducente, cui si aggiunge pure una componente di spiritualità macabro-esoterica (il nome della label parla da sé). Fra poster, mix cd e gadget allegati in edizione limitata, Jealous God può lecitamente essere considerata un’esperienza curatoriale che travalica la definizione di etichetta discografica.
In queste due settimane trascorse dalla sua scomparsa, sono state scritte e dette molte parole su Juan Mendez. Mendez il produttore, il dj, l’artista, il grafico, l’uomo. Online sono fioccati mix di tributo con le sue produzioni, dai meandri di Soundcloud a speciali su NTS. Il modo migliore per onorarne la memoria, forse, è continuare ad ascoltare e suonare la sua musica, lasciandosi ispirare dalla passione che l’ha contraddistinto fino all’ultimo respiro. Che la terra ti sia lieve, Juan.
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