Recensioni

Nato nel 2002, il collettivo ma anche etichetta Sandwell District chiude i lavori nel 2012, segnando alcuni punti di svolta all’interno di un decennio che ha assistito a molte e determinanti alterazioni delle grammatiche techno e dance in senso esteso. Dietro il suddetto moniker si celavano le personalità di Regis, Function e Silent Servant (nel mix per il Fabric sono coinvolti solo i primi due, con Function a dirigere i lavori e Regis a curarne alcuni dettagli), insieme e separatamente figure cardine di un fondamentale processo di ridefinizione delle coordinate dancefloor contemporanee. Tale processo è, di fatto, avvenuto in molti modi se, ad esempio, se ne considera l’attuale grado di contaminazione con generi concettualmente e storicamente non sempre convergenti (il post-punk, il noise, l’industrial, l’elettronica delle origini, l’ambient), che rientrano oggi a pieno titolo tra le increspature di un ecosistema tuttora in movimento per ragioni di consumo quanto per esigenze di fruizione.
Il mix per il Fabric si presenta programmatico sia nella selezione dei brani, sia nello sviluppo del percorso emotivo illustrato dalla narrazione e dalla semantica dei nostri. L’apertura è affidata a una dichiarazione d’intenti e d’identità: si succedono rapidamente brani del trittico di SD, per poi continuare ad accumulare campioni l’uno sull’altro, senza esposizione ritmica alcuna – almeno inizialmente -, in favore di una lettura astratta della pista da ballo stessa. A Silent Servant, Function e Regis seguono altri nomi imponenti (alcuni dei quali considerati a buon diritto allievi, vedi Raime, Vatican Shadow e, più oltre, Untold – o anche dei maestri – Ike Yard con la remixata Loss) in una successione frenetica quanto anomala – e per questo di nuovo significativa – di cupe riflessioni ambient e noise, di oscure accenti metrici inequivocabilmente dance, di atmosfere notturne quanto drammatiche. Il cammino risponde a un preciso piano politico e linguistico, dove a un crescendo di sublimazioni rumoristico-elettroniche segue l’articolazione di una pressione perforante di casse potentissime in quarti. Il tutto fino agli spunti più interessanti e non sempre prevedibili di concentrazione pneumatica dettati dagli assalti ritmici del già citato Untold con Motion The Dance, come anche di Carl Craig (con Darkness), Rrose o Surgeon.
Con questo volume, omaggio sentito a uno dei laboratori centrali di sonorità non maggioritarie – dalla declinazione bass tipicamente inglese dell’elettronica da ballo al marginalismo dell’underground di frontiera (il Fabric appunto) -, SD consegna, in qualità di probabile ultima destinazione editoriale e, quindi, di commiato, quello che può apparire come un manuale d’eccellenza techno. Se non addirittura musica concepita come un’esibizione live, attenta alle pulsioni quanto alla suggestione e alla tensione emotiva di quello che, non più spettatore, dovrebbe iniziare a ritenersi attore di una profonda esperienza collettiva.
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