Recensioni

Molto probabilmente, se non fosse successo quello che è successo, a perenne dimostrazione di quanto il destino sia più infame e cieco che cinico e baro, parleremmo di questo To All Trains come dell’ennesimo disco degli Shellac, in cui tutto suona come gli Shellac, è prodotto come gli Shellac ecc. ecc. Invece ci troviamo ad ascoltare e riascoltare questi 28 minuti di musica consapevoli che questo non è un disco ma un punto definitivo, un epitaffio involontario, un commiato non voluto da nessuno delle parti in causa ma solo da quell’infame destino di cui sopra. Quindi, come approcciarsi a questo disco? Come parlarne se già l’ascoltarlo ci fa perdere quella lucidità, quella distanza che dovrebbe essere il perno di chi si diletta a ragionare su una qualsivoglia manifestazione artistica?
Proviamoci, con tutte le cautele del caso, iniziando col dire che To All Trains non è il migliore degli album degli Shellac. Non una novità, visto che la parabola creativa del trio è indissolubilmente legata alla cronologia delle loro (seppur parche) uscite, quindi le vette At Action Park e 1000 Hurts sono lontane. Non è una novità neanche che i tre se la siano presa comoda, risalendo rispettivamente a un lustro fa l’ultima uscita discografica (la raccolta delle Peel sessions The End Of Radio) e addirittura a dieci anni fa l’ultimo album (Dude Incredible): le tracce qui presenti risalgono a sessioni di registrazione sparse tra il novembre del 2017 e il marzo del ’22 e non assommano che a nemmeno mezz’ora in totale. Eppure, detto questo con la maggiore distanza critica possibile, ecco che la distanza la azzeriamo e affermiamo che To All Trains è inevitabilmente un grande disco, e lo è perché in primis è un disco degli Shellac e tutto ciò che gli Shellac fanno è sempre (stato) ottimo e poi, per il discorso sul destino fatto in apertura, perché rimarrà ineluttabilmente l’ultimo disco del trio, facendocelo godere come l’ultimo pasto del condannato a morte: a piccole dosi, con l’orecchio attento, con un senso di disagio e, insieme, di estremo affetto e di immenso dolore, scatenando sensazioni e emozioni che probabilmente non avremmo provato di fronte “all’ennesimo disco degli Shellac”.
Le coordinate entro cui si muove questo To All Trains, si diceva sopra, sono quelle dell’ormai storicizzato Shellac-sound, ovvero essenzialità e ruvidezza, con quell’interplay ritmico incessante e metronomico, insieme pastoso e ruvido, al servizio di un suono chitarristico tanto scarno e essiccato quanto terribilmente rumoroso. Che sia l’opener WSOD – una specie di rock alla AC/DC declinato con la furia che fu di The Black Ass – o l’hc straight in your face per come possano intenderlo i tre, tutto spigoli e curve a gomito, spie al rosso e ossessività chitarristica, di Chick New Wave, il continuo, ossessivo stop’n’go tutto tensione mai risolta di Scrappers o l’idea shellachiana di “post-rock” louisvilliano di Wednesday, poco conta o interessa. È il tutto che conta, è l’atteggiamento, è il suono di ogni singola nota suonata in quel modo e registrata in quella maniera che fa sì che seppur “di maniera”, un disco degli Shellac non sarà mai “di maniera”.
C‘è poco da fare. L’inattesa scomparsa di Steve Albini ha reso quest’album non una istantanea di un preciso momento della band ma quasi un testamento in slow-motion lungo una intera carriera fatta di appartenenza, indipendenza, integrità con una specie di beffa che suona amarissima ascoltando l’ultima traccia dell’ultimo disco degli Shellac, intitolata I Don’t Fear Hell. So long, Steve; so long, Shellac. Le nostre orecchie sanguinanti sentitamente ringraziano.
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