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Assistere a un concerto organizzato da Inner_Spaces all’Auditorium San Fedele di Milano è un’esperienza da fare almeno una volta nella vita. L’Auditorium è da ormai sette anni casa – tra le altre iniziative – della rassegna di musica elettronica e sperimentale curata in collaborazione con Plunge. Per inaugurare In Spring, programmazione primaverile di Inner_Spaces, nell’ambientazione unica del teatro arriva Sam Shackleton. Certo la sua comparsa, a pochi giorni dal ritrovamento dell’Endurance, non può che prestarsi a scontati parallelismi. D’altronde il produttore britannico fa da anni dell’ardimento, della sperimentazione e delle esplorazioni sonore il proprio percorso artistico. Più in là, oltre dubstep e bass music dai quali aveva preso le mosse: nel 2021 pubblicava Departing Like Rivers, impressionismo dronico sospeso sull’orlo dell’estasi rituale; di un anno prima Like the Stars Forever and Ever e pure Primal Forms, altri tasselli fondamentali di una visione quasi nomadica.

È in questo anfratto primitivo che il lanternino dell’esploratore Shack si avventura, e durante il set per Inner_Spaces, l’impianto acusmatico dell’Auditorium trasporta gli astanti ancora più dentro le sue texture sonore. Dico dentro perché è difficile verbalizzare l’effetto spaziale offerto al flusso sonoro (ideato da Shackleton come un vero e proprio live site specific) dall’Acusmonium: un sistema costituito da decine di speaker, diversificati per gamma di frequenza, disposti ad anelli concentrici e a varie distanze dalla platea (davanti, dietro, di lato, sotto le balconate e anche sul soffitto). L’effetto è un’ora di rara intensità: flusso di onde che trasporta dallo scrosciare di ruscelli, dal cinguettio di uccelli, fin dentro mondi onirici sul baratro dell’inconscio. Il materiale, irriconoscibile – forse addirittura superfluo – è all’incirca quello dell’ultimo disco. Come in esso, talvolta ci sorprendono intelaiature ritmiche: sono rimandi a un corpo intorpidito dalla trance, in un suono che si fa massa organica e pulsante. Grazie all’Acusmonium il suono elettronico bidimensionale emesso dai pad e dal pc di Shack si fa pluridimensionale, ancora più vivo, evocativo, in una parola: dettagliato. Quasi toccandolo, a tratti è stato possibile percepire contemporaneamente diversi piani, più frequenze, amalgamate magistralmente – va detto – da chi si occupava del missaggio in sala.

Ma è doveroso parlare anche dell’opera audiovisiva che ha aperto la serata. Dopo la presentazione da parte di padre Antonio Pileggi (appassionato di musica elettronica e davvero l’anima e la mente – insieme con Plunge – della programmazione musicale del San Fedele), sullo schermo della sala un gradito ritorno da queste parti. Fennesz, passato di qui diverse volte, l’ultima delle quali a febbraio 2020, ha portato quattro frammenti sonori accompagnati dai visual di Andrew Quinn. L’opera, chiamata Glares of Infinity, ha attraversato in nuce i temi della poetica musicale dell’artista austriaco, con un corrispettivo video che ne ha elaborato tensioni, cinematica, sovraesposizioni e lisergicità.

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