Recensioni

Nuova collaborazione “laterale” per lo Shackleton che conoscevamo e che apprezziamo sempre più, proprio in virtù di questa sua costante eterodossia. Dopo Anika, lo spoken word artist Earl Fontainelle a.k.a. Vengeance Tenfold ed Ernesto Tomasini nel bellissimo Devotional Songs, è il polistrumentista e clarinettista d’estrazione avant-jazz polacco Wacław Zimpel a unire le forze col producer inglese.
Come a dire, la teoria degli opposti, visto che sulla carta punti di contatto tra i due sembrano esservene pochi. E invece, sulla falsariga dei precedenti, anche in Primal Forms troviamo tre lunghe tracce mesmerizzanti, basate su droning e reiterazioni, ipnosi e straniamento, che mettono in dialogo e amalgamano le differenti prospettive dei due. Come in un percorso afasico tra terzi e quarti mondi post-hasselliani, il duo mischia strumentazione elettronica e acustica così come ambient-drones e jazz estatico, tra percussioni sottotraccia, synth volatili, raga indiani, misticismo e spiritualità: tutto questo nei 17 minuti della sola opener che dà anche il titolo al tutto. Come immergersi in una vegetazione aliena, perdersi nell’iridescenza di colori nuovi e suoni sconosciuti e scoprirne anche il lato più oscuro, esoterico ma non minaccioso: come accade in Primal Drones, ovvero come ricollegarsi alla tradizione degli archi nelle evoluzioni drones, quella che lega trasversalmente i Velvet di Cale al Maranha di Marches Of The New World e metterla al servizio di un crescendo ambientale che sa di fascinazione atavica. Infine, a concludere questo viaggio per immaginarie terre lontane e introspettivi mondi inesplorati, Ruined Future, ossia come venire storditi da cotanta alterità, non orizzontarsi, perdere la ragione sopraffatti da una forma di trance che ingloba forme e colori e mondi e dimensioni, ma riuscire a ritrovare la via, seppur cambiati irrimediabilmente.
Da tempo ormai Shackleton ci sta indicando e suggerendo come esplorare mondi e menti, lontani i primi, nel profondo le seconde, e questo Primal Forms non è che l’ennesimo tassello di questa (ri)scoperta dell’altrove che è in noi.
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