Recensioni

Una dozzina di anni senza brani nuovi per Les Claypool, se è della sua “creatura” più nota e geniale che parliamo. Non che sia rimasto inattivo, il funambolico bassista, benché ai progetti intrapresi nel frattempo difettasse il senso d’avventura di Pork Soda e Sailing The Seas Of Cheese, capolavori di crossover tra musica nera e hard rock la cui grandezza stava nel trascendere lo stile e attingere anche altrove, cioè da squadrature progressive (i King Crimson e Rush fusi nella mini suite Jilly’s On Smack e girati in dub candeggiato per l’ottima Moron TV), da venature etniche – tanto Medio Oriente anche qui – e da un blues-folk beefheartiano degno di Tom Waits. Il quale figurava anche in Antipop, scivolata nel manierismo come del resto il precedente Brown Album.
Aggirati da Green Naugahyde nell’unico modo possibile per un’avanguardia oggi classica: guardando indietro in termini d’ispirazione, metodologia (produce lo stesso Claypool; l’album esce per la sua Prawn Songs con l’appoggio della ATO) e line-up, col sempiterno chitarrista Larry LaLonde e il primissimo batterista Jay Lane che non riuscì a comparire sull’esordio Suck On This. Bene così, siccome il passato riporta vigore e asciuttezza a un funk-metal contorto e oscuro, intriso di stranezze da baraccone e sarcasmo tagliente; a una miscela personalissima mai scaduta in macchietta come per i Red Hot Chili Peppers ridicolizzati dalla clintoniana Tragedy’s A’ Comin’.
Intatta la tecnica esecutiva – strabiliante mai fine a se stessa – e scontati siparietti e qualche lungaggine, piacciono soprattutto la convulsa cavalcata Hennepin Crawler e una sinistra Last Salmon Man (sorta di floydiana One Of These Days infarcita di cabarettistici stacchi), il curioso spirito post-lisergico di Green Ranger e la riassuntiva sarabanda Extinction Burst. Cose che suonano “come vent’anni fa” con la saggezza odierna, e miglior complimento crediamo non ci sia.
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