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Giunto al suo terzo lungometraggio, Sean Durkin continua nella sua analisi di un’America (vedi Stati Uniti) alla deriva, avvelenata dalle sue stesse storie e dai suoi stessi falsi miti. Una società fondata sul mito del successo a ogni costo, dove il fallimento non è tollerato, a meno che non sia solo il preambolo per una seconda occasione (in quest’ultimo caso non solo è accettato, ma anche auspicato). Dopo La fuga di Martha e The Nest – L’inganno, Durkin torna con The Warrior – The Iron Claw, in cui mette in scena la storia (o meglio, la tragedia) della famiglia Von Erich, famigerata dinastia protagonista del mondo del wrestling professionistico tra gli anni ’70 e ’80.

A differenza dei precedenti due film, dove Durkin dava prova di essere in grado di imbrigliare il suo messaggio all’interno di un genere rigido, il dramma psicologico, stavolta utilizza la forma più libera del biopic per articolare una visione della società americana che prima di tutto parli chiaro e forte attraverso le stesse azioni dei suoi personaggi. Il sottotesto è esplicitato fin dalle primissime inquadrature, quando Fritz Von Erich – il patriarca della famiglia interpretato splendidamente da Holt McCallany (lo ricorderete per le sue prove in Fight Club e Mindhunter), al termine di un incontro presenta a moglie e figli la nuova Cadillac con la quale torneranno a casa dallo stadio. La vettura non è il nuovo acquisto di Fritz, non potrebbe mai permettersela, ma è presa in affitto per dare l’illusione del successo alla società circostante. Il successo è la lingua sovrana degli Stati Uniti e se non hai successo non esisti.

Di questo è fermamente convinto il patriarca della famiglia Von Erich, che passerà il messaggio ai figli, spingendoli a vincere quel titolo di campione che a lui è sempre sfuggito (non per demeriti, ma per una qualche forma di complotto o maledizione nei suoi confronti, un passaggio chiave per definire la psicologia di un uomo corrotto dalla società in cui vive).

A narrare questa drammatica storia è Kevin Von Erich (un sorprendente Zac Efron, protagonista di una trasformazione fisica impressionante), il cui punto di vista si allineerà ben presto con quello dello spettatore, inorridito dagli eventi dinanzi a lui. Al pari di un soldato addestrato, Kevin è disciplinato e inflessibile, ma è anche un uomo profondamente buono e genuino, costretto a reprimere i propri sentimenti in un contesto – quello artificiosissimo del wrestling – nel quale apparirebbero fin troppo come una debolezza, un ostacolo alla spavalderia necessaria a vincere il titolo.

C’è un dialogo, poi, molto interessante e ben diretto, in cui Pam – quella che diventerà la moglie di Kevin – chiede spiegazioni sul funzionamento dell’attività agonistica: “Non è tutto finto?”, al che il wrestler statuario di Efron risponde: “Preorganizzato, scritto”. Nessuno si stupisce di alcune relazioni “finte” che portano magari a una promozione sul luogo di lavoro e la vittoria del titolo è esattamente questo: una promozione basata sulla risposta del pubblico al lavoro del wrestler.

Scardinando i canoni del biopic, Durkin assembla quello che in definitiva è un altro dramma psicologico capace di sconfinare nella tragedia shakespeariana, poiché i membri della famiglia Von Erich (tra di loro anche il Jeremy Allen White di The Bear) si ritrovano inesorabilmente prigionieri di una morsa dalla quale non è possibile scappare, se non rinnegando tutto ciò che è stato, affrontando demoni interiori e superstizioni. La speranza di Kevin, esplicitata da un pianto incoraggiato dai suoi figli, è nelle nuove generazioni, alle quali fare da guida per la costruzione di un’identità che venga prima di tutto dall’interno più che dall’esterno.

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