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Dopo il clamoroso successo negli Stati Uniti, The Bear è arrivata anche in Italia grazie alla sezione Star di Disney Plus, dove ha esordito in un’unica soluzione. Creata da Christopher Storer, autore e regista di Ramy e Dickinson, la serie vede protagonista Jeremy Allen White, il cui talento era stato già messo in mostra nel corso della longeva serie Shameless.

Partiamo dalla narrazione: il protagonista di The Bear è Carmen “Carmy Bear” Berzatto, uno dei più stimati chef di New York che ha lavorato anche nel “miglior ristorante del mondo” e che improvvisamente si ritrova a dove gestire una tavola calda a Chicago, sua città natale, lasciatagli in eredità di gestione dal fratello prematuramente scomparso. Quello che Carmy non sapeva, è che il fratello (e quindi il locale) erano vessati dai debiti, così mentre cerca di indirizzare il tutto verso una nuova direzione, e di migliorare considerevolmente l’aspetto culinario dell’attività, che fa principalmente leva sui lavoratori della classe media, Carmy è costretto a districarsi tra problemi di natura economica e organizzativa e a gestire una nuova stagista volenterosa e un amico scorbutico, nonché ad affrontare il lutto per il fratello scomparso, che porta a galla anche i suoi problemi mentali.

Il mondo dell’intrattenimento in cucina è esploso negli ultimi vent’anni grazie a trasmissioni come Masterchef, Cucine da incubo Anthony Bourdain: No Reservations, Top Chef e via discorrendo. Sono stati realizzati moltissimi film che hanno posto al centro la figura di uno chef nel suo ristorante, dai più blandi come Sapori e dissapori ai più ispirati perfino nel mondo dell’animazione, Ratatouille (e altrettanti sono in arrivo, come ad esempio The Menu e Boiling Point). Quello che rende The Bear particolarmente originale e unico nel suo genere non è quindi da rintracciare nella preparazione delle ricette o nel loro impiattamento, bensì nella capacità tutt’altro che semplice con la quale è in grado di rappresentare la tossicità di un certo ambiente (le cucine nel mondo della ristorazione) e legarla ai problemi di salute mentale, strettamente figli di una società che impone un modello di perfezione praticamente inattaccabile.

La sceneggiatura (principalmente dello stesso Storer, che ha lavorato davvero a stretto giro con gli chef di alcuni ristoranti) non fa sconti a nessuno, presentando un mondo non proprio così idilliaco come ci viene presentato di solito. I problemi sono all’ordine del giorno, e quelli economici sono fondamentali. Addirittura, a Storer inizialmente era stato sconsigliato dai produttori dello show di parlare di soldi, ma l’autore aveva intuito che era invece essenziale:

Anche quando si è nel processo di sviluppo di una serie, per qualche motivo ho scoperto che le persone sono molto reticenti a parlare di soldi. Continuavamo a dire che era un aspetto secondario, ma in realtà è un fatto gigantesco, cento ore di lavoro fanno una differenza enorme per un’attività. Continuavo a pensare: “Non possiamo fare questa serie senza parlarne. Non si può fare questa serie senza parlare di quanto siano onnipresenti le questioni economiche”.

I problemi economici in cui sta affondando il The Original Beef of Chicagoland (questo il nome della tavola calda nello show), offrono il gancio necessario affinché i traumi di ciascun membro di quella che è a tutti gli effetti una famiglia acquisita vengano a galla. L’esasperazione di tutti è portata fino al suo punto di non ritorno in una narrazione che svela lentamente il quadro generale e le vicende che riguardano Carmy e la sua famiglia. Se dall’equazione fossero stati esclusi i soldi, non avremmo potuto parlare del problema di classe costantemente suggerito dallo show.

Carmy è uno chef stellato, tra i migliori al mondo, ma gestire un locale negli Stati Uniti è complicatissimo, se non si proviene da una famiglia facoltosa (o se si ha uno zio Cicero che presta denaro con atteggiamenti malavitosi), e ancora peggio, i debiti sono inevitabili in un ambiente simile, dato il contesto sociale. Non aiuta poi il peso di dover affrontare la perdita di un famigliare, un fratello al quale non si rivolgeva la parola da un bel po’ di tempo. Tutte queste idiosincrasie rischiano quotidianamente di uscire fuori dalla gabbia, come quell’orso che metaforicamente nell’incubo di Carmy apre lo show.

A spingere ancora di più l’acceleratore, che rende The Bear un prodotto da non consigliare a chi è già particolarmente ansioso, è il ritmo. Serratissimo, sorretto da dialoghi mai banali né inseriti casualmente, e da un montaggio frenetico che raggiunge il suo picco nell’episodio Ceres, dove la macchina da presa fa in modo ancor più mirato (e virtuoso) quello che cinema e tv dovrebbero sempre fare e in cui la serie riesce a ogni episodio: raccontare per immagini e suggerire un particolare stato d’animo. A completare il quadro, c’è una soundtrack irresistibile e una descrizione della vita della classe media di Chicago messa intelligentemente a cornice dello show, indubbiamente tra i migliori dell’anno.

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