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The Beef of Chicagoland, il ristorante molto poco patinato della famiglia Berzatto, ha cambiato nome e identità. Quello che non è cambiato, invece, è lo spirito nevrotico ed elettrizzante di The Bear, la serie tv Hulu (in Italia disponibile su Disney+) che, nella sua seconda stagione, espande i suoi orizzonti e riesce a superare i già ottimi episodi precedenti.

L’ultima volta che li abbiamo visti, la crew dello chef Carmen (interpretato dal bravissimo Jeremy Allen White) accettava l’ardua impresa di riaprire l’attività una volta appartenuta al fratello del protagonista, morto suicida, ma con un menù e un’atmosfera completamente diversi. Tutti sono chiamati a migliorarsi professionalmente: chi mettendosi a studiare, chi affrontando i propri demoni.

Il merito forse più importante della serie di Christopher Storer, è quello di restituirci delle caratterizzazioni ben precise per ogni personaggio nel bel mezzo di dialoghi urlati, scanditi dal ritmo serrato del microcosmo di una cucina. Questa nuova tornata di episodi fa esattamente ciò che ci si aspetta da una seconda stagione: scava più a fondo nell’anima di questo gruppo, ci racconta nuovi dettagli sul passato e le vite dei personaggi, tanto che, a differenza di prima, Carmen non ne esce fuori come protagonista assoluto. Perché è questa volta che esce fuori davvero lo spirito di squadra, con i piccoli e grandi inconvenienti che segnano la riapertura del The Bear.

In mezzo al caos, però, la stagione si ritaglia anche momenti di silenzio, di parole sussurrate, di dinamiche più lente. Un esempio? Un dialogo profondo tra Carmy e Sydney (Ayo Edibiri) che occupa una fetta importante dell’ultima puntata, quella dell’inaugurazione del The Bear. Questa alternanza di eventi chiassosi a introspezione silenziosa vanno a tempo di valzer, scandito dalle scadenze della riapertura del ristorante. Ecco, se la serie di Christopher Storer fosse stata una musica, sarebbe stata scritta da un compositore come Šostakóvič.

Ma Storer aveva una grossa responsabilità, quella cioè di mantenere alta la qualità proponendo anche qualcosa di diverso, ma senza minare l’identità della serie. In ciò gioca un ruolo fondamentale il sesto episodio, Fishes. Un episodio che pullula di guest star, da Jaime Lee Curtis a Sarah Paulson, da Bob Odenkirk a John Mulaney, e che compie un tuffo nel passato, nello specifico ci riporta a cinque anni prima i fatti narrati nella stagione. Una digressione che, nelle intenzione dello showrunner, serve a “distrarre” lo spettatore, con personaggi dai gradi di parentela non ben definiti (ad eccezione della madre dei fratelli Berzatto, interpretata da Curtis) e il solito caos che contraddistingue questa famiglia disfunzionale. Con una durata più lunga degli altri episodi, Fishes rappresenta probabilmente la vetta artistica di The Bear.

L’episodio arriva dopo una puntata più “tranquilla”, quello dell’incontro tra Carmy e Claire, vecchia fiamma del protagonista. Un personaggio che, a dirla tutta, rappresenta la vera unica pecca della stagione, essendo lei la tipica ragazza della porta accanto, un po’ stereotipata e anche un po’ scialba. Tanto che le cose tra i due si incrinano a fine stagione ma, insomma: ce ne faremo una ragione. Tornando a Fishes, questo distanziamento di toni dalla puntata precedente è sicuramente impattante per lo spettatore, che si ritrova letteralmente inondato da questi nuovi volti rinchiusi in una cucina nel giorno di Natale. È scontato sottolineare che tutti, qui, sostengono una prova attoriale da urlo. Questa puntata si costruisce su una sceneggiatura da manuale, con i suoni di una sveglia ad accompagnare le nevrosi di tutti, e sfrutta tutti i canoni della black comedy, a cominciare dalla cena natalizia a tavola. In questa puntata in cui scopriamo tanto sui traumi che si celano dietro le azioni e i sentimenti dei protagonisti, tutto è sempre in tensione, il climax ascendente fino al finale (letteralmente) esplosivo.

Nella lista degli episodi più belli, Fishes è seguito da quello Richie-centrico, il cugino interpretato da Ebon Moss-Bachrach, in cui finalmente vediamo la sua evoluzione e non lo vediamo più bloccato in un loop di auto-commiserazione che lo ha contraddistinto in tutta la scorsa stagione. Tutti sono cambiati, tutti sono “andati avanti”: l’unico ancora bloccato dal lutto e dall’ansia è proprio lui, Carmy. È difficile dire se ne sia totalmente consapevole, anche se la sequenza conclusiva della seconda stagione, quella in cui lo vediamo bloccato nella cella frigo del ristorante, è sicuramente il turning point del suo personaggio.

Questo significa che, per la terza stagione, possiamo aspettarci ancora più sofferenza. E Christopher Storer è particolarmente bravo a rappresentare uomini e donne che soffrono.

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