Recensioni

6.9

Tutto era per sempre, sì, ma non il nome. Ricordate? I Sea Power sono la band di Brighton che lo scorso anno decise di cambiarsi l’intestazione per paura che quella vecchia potesse venir mal interpretata come un’esaltazione del nazionalismo britannico, e così da British Sea Power, sigla con la quale erano conosciuti da un paio di decenni (ma nacquero come British Air Power nel 2000), assunsero la denominazione attuale togliendo il riferimento al Paese; cosa che ad esempio non avrebbero mai potuto fare gli United States Of America oppure gli Spain, a meno di non “sbattezzarsi” del tutto. Autocensura a parte, la band inglese è appena tornata con un nuovo album, l’ottavo, intitolato appunto Everything Was Forever e che segue a cinque anni di distanza il precedente Let The Dancers Inherit The Party.

La tentazione di continuare a blastarli per le scelte di etichetta (intesa come ragione sociale) effettivamente c’è, ma la verità è che sul piano strettamente artistico, che poi è quello che ci interessa davvero, i Wilkinson brothers hanno fatto centro per l’ennesima volta, e l’andazzo si era già capito dal singolo di lancio Two Fingers, magnifico ed enfatico uptempo di gotica fattura, dalla cadenza industriale in odore di wave 80s ma anche dalle invidiabili aperture melodiche in puro stile british (ops), che srotolano tappeti a un ritornello killer. Toccante in questo caso l’omaggio al padre dei due fratelli nella spiegazione di titolo e significato del brano: «Dava sempre un saluto a due dita alla gente che vedeva in tv, una vecchia usanza tra bevitori di brindare a qualcuno o a ciò che veniva presentato… dunque il pezzo è un brindisi a tutti, a chi è ancora vivo e a chi non è più tra noi».

È in quel limbo sospeso tra cielo e terra, tra l’esserci e il non esserci, che i SP diventano padroni incontrastati: da una parte le eteree e nebulose atmosfere di certo post-rock, dall’altra quelle sferraglianti e molto più prosaiche di post-punk e dintorni. Non a caso al senso di sospensione di una Lakeland Echo dal piglio evocativo, minimalista e quasi ambient costruito su stratificazioni sonore a base di ottoni e pianoforte, rispondono una Folly con cui la band rivela l’affezione alla bottega Pet Shop Boys e una Green Goddess, sostenuta love song venerante divinità maschili, più che femminili, dalle fattezze di Echo & The Bunnymen, Joy Division e se vogliamo pure primissimi Simple Minds: niente di più di quanto non si facesse già ai tempi d’oro di Editors e Keane, ma una liturgia ancora pregna di significato; così come alle contorsioni iancurtisiane si rifà Doppelganger, che nel ritornello dà letteralmente fiato alle trombe agghindando il tutto con rivoli canori (leggi: urletti) degni di un Robert Smith e un piglio combat che rivanga Bloc Party. È la tradizione britannica (checché ne vogliano i Nostri) a emergere pure dal songwriting da master universitario dell’opening Scaring At The Sky, perché vi diamo una notizia: le razze esistono, e quella inglese in tema di pop ha fatto notoriamente scuola. E che dire di Fire Escape In The Sea, romantica e trasognante fuga esotista da dépliant vacanziero, o di Transmitter, altro cingolato indistruttibile.

I SP sono così, incorporei ma anche concreti, tirano di fioretto ma sanno pure dare legnate; e poi epici, globali e globalisti in tempi in cui, tutto sommato, converrebbe farsi gli affari propri. Certo non sono più di primissimo pelo, la penna a volte sbafa per usura e in certi punti deve ripassare più volte calcando forte, ma in ogni caso la loro estetica poggia su una matrice solidissima e si conferma ancora una volta piena di power, seppur diffuso e non più localizzato geograficamente. Hai visto mai che qualcuno si offenda.

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