Recensioni

7.1

Strana sensazione, ascoltando il quinto album dei British Sea Power. Bel disco, innanzitutto, che risolve gli eccessi di pathos dei lavori precedenti sgranando atmosfere tanto ispirate quanto cangianti, mettendosi per così dire al servizio di un'ispirazione che esige ora impeto nevrastenico (la foga quasi Pixies di Thin Black Sail) e ora enfasi adrenalinica (la cavalcata Manic Street Preachers di We Are Sound), rammentando il Billy Corgan in fregola ciber-wave (Mongk II) o quello della ballad oniriche (Cleaning Out The Rooms, Baby). Senza scordare la tipica teatralità albionica capace di cucire languori Patrick Wolf e David Bowie (Luna, Georgie Ray), così come l'ardore springsteeniano di Observe The Skies e i tremori post-pop (?) della lunga Once More Now, tipo i Go-Betweens stregati Sigur Ros.

Strano, dicevo, perché questa mischia di rimandi sonici è carburata da un'attitudine che ce li fa collocare direttamente in scia Arcade Fire, dei quali sono praticamente coevi. Quasi che nella parabola ascendente della band canadese avessero finalmente intuito la propria direzione poetica, quella cioè d'un indie-rock epicamente contemporaneo, appassionato e globale. Di tutto ciò sono davvero felice: è un turbillon teso e coinvolgente, questo Valhalla Dancehall.

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