Recensioni

6.6

Una solita forma ben confezionata, con qualche buon guizzo ma anche diversi passaggi tutt’altro che memorabili. Va sul sicuro Sayf in Santissimo, primo album ufficiale pubblicato per Warner Music Italy. Dopo l’ottimo riscontro ottenuto con la fortunata Tu mi piaci tanto, seconda classificata a Sanremo 2026, il rapper di Santa Margherita Ligure evita ogni azzardo, costruendo un progetto dall’architettura fin troppo familiare: una lunga sequenza di feat e un mosaico sonoro che si muove sullo sfondo del rap contemporaneo, declinato nelle sue forme più accessibili.

Nel corso delle diciotto tracce l’artista conferma comunque il proprio approccio caleidoscopico alla materia, passando con disinvoltura da episodi più funk ad altri dal taglio cantautorale, senza tralasciare echi da club, spacconerie di rito e suggestioni mediterranee. Segnali di un terreno creativo fertile — alle macchine il fidatissimo Dibla — che lascia intuire margini per un sound ancora più incisivo e personale.

Al momento, però, e palesemente per scelta, Sayf preferisce mantenersi su un impasto generalista, pur concedendosi alcune chicche. Nella divertente Sex on La Santa, classico opening sospeso tra statement e punchline, cita Popolare di Marracash surfando su un tappeto quasi alla James Brown. In Bratz, episodio dirty con Nerissima Serpe, sembra affiorare un sample di Contigo (My Baby) degli UPA Dance, mentre in F.I.$. è evidente il richiamo a Intro (John Wayne) di Vaz Té e Duate, vecchio alias di Tedua, non casualmente coinvolto nel beat.

Non mancano momenti più malinconici, come la straniante title track, una sorta di interludio cantato in cui emerge nel finale una chitarra elettrica, così come tentativi meno riusciti di confrontarsi con il cantautorato italiano (Parlar d’amore con Bresh) o con tematiche più impegnate (Perché piango, insieme a Kid Yugi).

La formula è chiara: pur rispettando tutti i punti cardinali imposti dalla music industry del 2026, il rapper propone una variazione sul tema. Un progetto funzionale, dunque, e proprio per questo è legittimo — anzi doveroso — aspettarsi qualcosa di più, soprattutto in prospettiva futura.

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