Recensioni

Francesco Stasi: il nome. Kid Yugi: il personaggio, la maschera, i “pezzi di un feticcio”, come ci ha voluto ricordare in chiusura di I Nomi del Diavolo, debutto in major che, proprio grazie a un outro del calibro di Lucifero, guardava già alle dimensioni Hall of Fame dell’hip hop italiano, seppur usando e, talvolta, abusando di codici mainstream, formule da classifica e sonorità pre-digerite.
C’è una differenza cruciale tra Stasi e Yugi, due entità che vivono in costante conflitto nel ragazzo di 24 anni nato e cresciuto a Massafra, comune pugliese che — chiariamolo — “non è Bel Air” (Berserker). Piuttosto è come “Edimburgo in Trainspotting” (Bullet Ballet): stagnante, cieca, lugubre, una gigantesca sabbia mobile che, molto rapidamente, ti fa sprofondare; ti acceca, ti seduce, ti riporta alla sua corte, proprio come la capitale scozzese nel capolavoro di Danny Boyle.
Stasi/Yugi è di questo che si sazia in continuazione: del provincialismo, dei cicli di violenza, del vizio, ma anche dell’ipocrisia dell’industria musicale, dell’idea di anti-idolo, del vano – forse inesistente – concetto di eroismo nell’epoca contemporanea. È un artista postmoderno fino al midollo, idiosincratico al punto da volerlo prendere a pugni, ma talmente consapevole di esserlo da far dubitare persino dei suoi dati anagrafici. Kid Yugi, in poche parole, è l’artista dei nostri giorni.
In lui combattono tutti i motivi per cui fare rap, fino a scomparire e non lasciare niente. È un rapper che parla e vive la morte: nichilista, affetto da sindrome dell’impostore, attento al determinismo e agli spettri del proprio milieu, ma capace di interrogarsi con la stessa precisione sui valori di oggi, sul fascino del male, sui paradisi artificiali, sul ruolo dell’artista e sui sui garbugli. Qui torna ancora una volta utile Lucifero: “ Non lo faccio per la fama, io non voglio prestigio / Nemmeno per il denaro, riprendetevi l’anticipo / Non lo faccio per le donne, per sembrargli più figo / Io non rappo per moda, non sarò l’ultimo grido / Non è questione di ego, non girerò impettito / Non è roba di strada, più cresco, più mi fa schifo / Non lo faccio per i fan, non ho bisogno di tifo / Non voglio cambiare niente, il cielo rimarrà grigio”, in un climax che, emblematicamente, si chiude con “non voglio sentire applausi per due cazzate che ho scritto / per ricevere un premio e far parte del meccanismo”.
Ma allora, per cosa lo fa Kid Yugi? Forse non lo sa neanche lui. Probabilmente per lasciare qualcosa a qualcuno: mezzo rigo, qualche frame, un disco, una formula — ciò che resta di un uomo, ancora secondo l’irreale strofa di Lucifero — una frase.
Anche gli eroi muoiono è il terzo LP dopo The Globe e il succitato I Nomi Del Diavolo, ed è conferma ed esasperazione dell’artisticità di Kid Yugi. Il disco, a due anni di distanza dal precedente, è il teatro dove i dualismi si sgretolano definitivamente e a rimanere è solo una serie di fratture e disperati contrasti, il dolore e i suoi tormenti, tessuti dal rapper che, ancora una volta, consolida il suo essere un anti-idolo della scena (per riprendere uno dei suoi pezzi più sontuosi: Il ferro di Čechov), una sorta di Role Model di memoria Slim Shady che, privato della sua ironia, viene fatto a pezzi e chiuso in una caverna, rimanendo tuttavia sotto i riflettori. In pratica – ed è tutto qui il fascino – Yugi odia il sistema e lo rigetta, ma ne fa parte: lo incarna, ne diventa uno degli altarini più affidabili. Lo scontro, costante nelle pieghe del nuovo disco, può esasperarsi nel giro di poche righe. In Gilgamesh, trappata tutta d’un fiato dalle vene horrorcore, si autodefinisce “servo dell’establishment”, salvo poi affermare che “se vinco un Nobel lo rifiuto come Jean‑Paul Sartre”, insieme a tutta una sfilza cadenzata di paragoni di lusso e similitudini (Nietzche, Fincher, Kissinger, Spielberg, Sinner, Brecht ecc…) . È un difensore, quindi della poesia come catarsi, ma si fa sedurre dal denaro (“l’unico autografo che voglio è quello di Christine Lagarde”, confessa, riferendosi alla firma della presidente della BCE sulle banconote); del rap come dimensione autoriale, ma si lascia manipolare dai cliché del mercato.
“Odiavo i ricchi perché odiavo essere povero, ora li odio ancora perché sono uno di loro”, confessa nell’intro L’ultimo a Cadere. Poi, in Jolly, farsesco e seghettato boom bap (emblematici i visuals del pezzo, che rappresentano il ballo di un giullare) ostenta avarizia, materialismo e crudeltà: alcuni valori cardine dello spaesamento contemporaneo. Si autosabota, quindi. Cambia idea in continuazione. Prima si celebra, poi si odia, prima si veste, poi si spoglia.
Il suo flusso di coscienza, che già conosciamo — iper‑citazionista, intricato, manieristico al punto giusto, universale e autobiografico — esplode ulteriormente in flow da veterano e un’attentissima struttura metrica. Lungo la tracklist è un rap che scende a dirotto, abile nelle figure retoriche (climax, allitterazioni, anafore, ma soprattutto vagonate di metafore e similitudini), espressionista, affannoso, da capogiro: una scrittura con cui Stasi può scegliere di indossare la maschera, toglierla oppure, come preferisce fare, lasciarla a metà.
Un fenomeno ancora più interessante, quello di questa doppia identità, poiché Stasi continua, conscio, a giocare con i linguaggi del mainstream per fare rap d’autore. Subdolo ma sempre consapevole, gioca con i paradossi e con gli scontri interni. Il suo Tradimento — come quello di Fibra — è questo qui. Dover quasi per forza passare da certe collaborazioni e impalcature. Avvinghiarsi al sistema con la piena consapevolezza che nessuno dei nomi in lista è davvero necessario: Simba La Rue timbricamente sublime ma cocciuto e limitato in Mu’ Ammar Gheddafi; Artie 5ive almeno tre spanne sotto Yugi in Bullet Ballet; Papa V, Nerissima Serpe e Rrari dal Tacco simpatici, trascinatori, magnetici ma nettamente più tiepidi rispetto al protagonista nella posse track super cazzona Chuck Norris) ; ANNA completamente fuori fuoco nel singolone Push It; Shiva se la cava, forse di più rispetto al solito, ma in fondo è un’aggiunta poco memorabile nella bellicosa La Violenza Necessari).
Ma il patto col diavolo di Yugi è anche il ritrovare sé stesso e la propria firma in questi linguaggi: rendere affascinante un pezzo testardamente pop come Eroina (con un Tutti Fenomeni inutilmente vestito di autotune al ritornello), trasformare una formulaica trappata hardcore in uno squarcio esistenziale (Berserker compie questa metamorfosi in modo impressionante, passando da bassi e 808 firmati FT Kings a un serie di viscerali punchline su strade, tribalismo, dipendenze e auto-sabotaggio), prendere per mano una ballad strappalacrime e renderla un pozzo traslucido di amori e futuri impossibili (Amélie), o innervosire – e redimere – uno snervante elettropop fino a farne una dedica pungente alla propria sorella minore (Per te che lotto).
Sedici tracce, cinquanta minuti e una convinzione che, strofa dopo strofa, si consolida: oggi non c’è artista che sappia riflettere con altrettanta lucidità sul rapporto volto‑maschera, uomo‑personaggio — quindi arte‑industria e, in fondo, bene‑male. Nel trailer del disco Stasi è costretto a morire su un palcoscenico, confondendo le linee tra realtà e rappresentazione: il triste destino del feticcio in un mondo costantemente sotto i riflettori, da cui probabilmente non si può fuggire. In un mondo che, recita il monologo, “ha sacrificato i valori della giustizia, sostituendoli con quelli del merito”, chi sono davvero gli eroi che muoiono? Restano i falsi eroi, il potere, i giullari (ancora cito Jolly), la perdita di valori.
In questo turbine Yugi assapora ogni estremo, sempre di più. Con la violenza ci va a letto più di una volta, in diversi modi: è mitraglia di punchline e sadismo in Bullet Ballet, che cita l’omonimo filmone di Tsukamoto; ostentazione frantumata, lugubre e amara nel flow seghettato di La violenza necessaria, che riprende una visione Fincher-iana della violenza come disgusto e specchio di perdizione (“Tu del mondo hai visto il miele, io del mondo ho visto il male / Seppellitemi con le cubane / Manco Gesù Cristo amava così tanto le puttane”); perdita di sé e seduzione totale nell’intro (“Mi sento il party planner di Puff Daddy / .357 mi ci scatto un selfie”). Appare chiaro però che questa violenza è in realtà “esigenza di annullarsi”, non “solo uno sfogo”, come suggerisce Mostro, blues sospeso con un ottimo – finalmente!- Tony Boy al ritornello. Il pezzo, anti-climatico e spaesante all’interno della scaletta, è uno dei più toccanti nel suo lirismo autobiografico: “Nonno Mino e nonno Franco se ne vanno nel giro di un giorno / Nicolò e Marco nello stesso scontro / Dio li chiama due per volta come fosse un obbligo / E quanta paura c’ho di morire da solo”.
Yugi sa cosa vuol dire avere un corpo che blocca l’anima, ma non scappa, continua nella sua lotta. Ci prova almeno, e i pezzi d’amore — già pronti a essere accusati di concessioni radiofoniche — sono forse il nucleo più fragile e insieme più ambizioso del disco. La già citata Eroina è un indie pop molto 80s che trasforma l’amore in dipendenza, in guerra, in conflitto. Amélie è forse il brano più poetico: un amore idealizzato, mai arrivato, quindi tristemente impossibile, raccontato in un ferito continuum di “se” e “forse” (“La figlia che non avremo spero che abbia i tuoi occhi / La casa che non compreremo è piena di ricordi / Viaggi che non faremo, litigi, emozioni / Gli addii che non diremo ci rendono meno soli…”). Tristano e Isotta, power ballad dimessa, porta sul palco un amore ormai ridotto a rovina e rimpianto, dove un Yugi stremato non è più l’eroe della sua trama, bensì una foglia trascinata dal vento (“La verità è che ho tutto e comunque mi sento un fallito / In casa non c’è amore, i miei si mal sopportano / E mia sorella inizia ad assomigliarmi troppo”).
La ricerca di catarsi esplode nel finale, senza compiersi. In Per il sangue versato Stasi scrive la sua Where Is the Love?: folk nel messaggio, pop nella formula, universale, predicatrice, forse prevedibile nella sua retorica anti‑bellica e pacifista, ma non per questo inutile. E il pezzo più ottimista e onniscente di Stasi, che anela al paradiso e si lava dal sangue. Davide e Golia infine, che riprende la struttura anaforica e climatica di Lucifero, spezza la risalita. L’“io sono” diventa lotta contro il mondo: tenera, squilibrata, disperata, beffarda, impossibile. È il magnifico testamento anti‑catartico di Stasi, che si confronta con ciò che non è riuscito a essere, con la morte, con l’assurdità della vita. La strofa si chiude prima della fine: resta solo la strumentale, un requiem di archi e percussioni che vuole dire tutto.
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