Recensioni

Le Savages adorano la vita e non temono di dimostrarlo a nessuno. Lo hanno dichiarato con il titolo del loro ultimo album Adore Life (recensito anche su queste pagine), degno seguito del debutto apprezzato sia da pubblico che critica Silence Yourself, nonché disco capace di assumere una forma vivente nel momento stesso del live. Questa volta, fuori dalla venue, non ci sono cartelli che invitano l’audience a dimenticarsi dell’esistenza degli smartphone, quasi come a dire che il quartetto londinese ormai si fida dei propri aficionados e sa che non ci sarà alcun bisogno di cazziare nessuno.
A parte qualche serie ossessiva di scatti e flash dovuti alle stranezze noise nipponiche dei Bo Ningen (chiamati ad aprire la data milanese delle amiche e colleghe), la profezia delle Savages sembra avverarsi nel cuore cupo dell’oscurità che abbraccia i Magazzini Generali. Mancano pochi minuti alle 22:00 quando le quattro, vestite rigorosamente in nero (eccezion fatta per la batterista Fay, orgogliosa della sua eterea camicetta bianca), si impossessano del palcoscenico davanti a un pubblico più vicino alla quarantina che ai trenta. Si parte con I Am Here, ripescato dall’esordio e cantato dal viso spigoloso di Jehnny Beth, una sorta di nuova Siouxsie dall’elegante e raffinata scontrosità che prende il mondo per la gola, sputandogli in faccia parole violente. Il testimone passa poi a Sad Person, estratto da Adore Life, dove le sonorità post-punk si fanno maggiormente corpose e incalzanti, sfociando in City’s Full e arrestandosi nella seguente Slowing Down The World. Il ritmo continua serrato e senza convenevoli, con Gemma sempre china sulla sua chitarra, immersa in un mare di feedback e riverberi, Fay a martellare sulla batteria (in particolare nei tiri più punk di She Will e Husbands), e Ayse a consumare senza sosta il plettro sulle corde del basso.
In I Need Something New Jehnny strappa uno dei due sorrisi della serata (dal pubblico le dichiarano un «Je t’aime!» a cui risponde con «I got it!»), mentre arrivati al tredicesimo brano – Hit Me – la frontwoman si dà allo stage diving madida di sudore tra l’entusiasmo della folla. Si riparte poi con la tripletta No Face, T.I.W.Y.G. e Mechanics con la formazione ad ergersi a monumento di un femminismo dark, disilluso e potente, ma è probabilmente con l’esecuzione di Adore che Savages e audience formano un unico corpo senziente sotto la retorica buona, tutta fierezza e sentimenti, di: «Is it human to adore life?». Se fino a pochi istanti prima le quattro avevano indossato una maschera di apatia e serietà per mostrarsi forti agli occhi degli spettatori, durante il brano il velo di finzione lascia il posto alla «urgency of life», tema conduttore dell’album.
Il concerto termina con Fuckers (pubblicato in un 12” del 2014), intervallato da un siparietto in cui Jehnny fa gli auguri di compleanno a Fay (invitando il pubblico a cantare in italiano il classico motivetto da genetliaco) e dissuade scherzosamente l’audience dal comprare magliette dagli abusivi («purtroppo non abbiamo molto da vendere al nostro banchetto. Vi chiediamo di non comprare il merch falso là fuori, abbiamo un accordo con chi lo vende: se nessuno lo compra danno il doppio delle magliette a noi!»). Come di consueto le Savages non fanno bis: terminata l’ultima canzone, la band fa l’inchino di rito e saluta.
Il post-punk non è morto, anzi. Forse ha solo cambiato sesso.
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