Recensioni
“Our goal is to discover better ways of living and experiencing music… Let’s make this evening special. Silence your phones” recita un cartello esposto all’ingresso del Locomotiv Club. Si tratta di una richiesta specifica della band che (forse un po’ presuntuosamente) spera di ritrovare nei club del Silence Yourself tour, un silenzio cosmico e conciliante, libero dall’affanno di flash e click, che – a quanto pare – allontanerebbero l’uditorio dalla pienezza della fruizione estetica. Come fossimo negli anni Ottanta. Niente di più difficile, comunque, per un pubblico abituato alla condivisione globale, al posting ossessivo-compulsivo, al narcisismo onanista. Peccato, perché, senza quei led degli schermi di un centinaio di telefonini, il nero avrebbe veramente trionfato, negli occhi e nelle orecchie dei molti giunti a Bologna per il live delle Savages.
Quando alle 23:00 circa, si sentono i tacchi affilati delle quattro londinesi calpestare il palcoscenico, ci si rende conto che l’hype generato intorno alla band, anche da queste parti, è più grande di quanto ci si aspettasse: locale gremito, volti rugati e volti glabri insieme, tutti predisposti al giustificato interesse generato dalla resa live di Silence Yourself. Loro, Jehnny, Gemma, Ayse e Fay, Savages, selvagge, sono una macchia iconica del loro sound. Scure e incazzate. Chi suona la batteria con uno sgabello decisamente troppo alto, per far scorgere appena un viso coperto dalla muscolatura del legno delle bacchette; chi non alza mai il capo, coprendosi gli occhi dietro un ciuffo nero e dietro le sei corde torturate di una Fender Stratocaster; chi, Dr. Martens ai piedi e bagno di sudore in testa, detta leggi ritmiche che solo il sound grezzo di una wave post-punk può pretendere. E infine c’è lei, Jehnny Beth, sulla quale si potrebbero sprecare bidoni d’inchiostro per citare paragoni, somiglianze e attinenze (Peter Murphy, Ian Curtis, Siouxsie, Nick Cave, Pj Harvey), ma alla fine rimarrà sempre lei, un po’ costruita, un po’ attrice, sulle sue ad ogni pausa e in ogni brano. Ha quel dono incomparabile, proprio delle rockstar navigate, di non far sentire a proprio agio nessuno. Si presenta sul palco con dei pantaloni a vita altissima, camicetta leggermente sbottonata, capello a poco più di un centimetro di lunghezza e un tacco nero-azzurro portato con eleganza ipnotica.
Concepito in crescendo, il set dura poco più di un’ora. Si tratta di una mitragliata rapida iniziata da un trittico composto da I Am Here, City’s Full e Shut Up, che mette in riga il pubblico, che si sbilancia in qualche mossa di troppo (e Jehnny commenta: “I like the dancing”). La wave più tirata entra ed esce dai feedback della chitarra di Gemma, che fischia ed urla in ogni brano, mentre Jehnny fa piazza pulita della platea fulminando chiunque con sguardi enigmatici. Si lancia persino come l’iguana Iggy Pop per “silenziare” il ragazzo in prima fila, che esagera con le foto.
Il live comincia ad avere un certo tiro verso metà, quando, ripescando dal primo singolo Flying To Berlin (che a tratti ricorda l’esordio dei Gang Of Four, padre di tutti i dischi indie-rock a venire), le Nostre infilano una serie di brani più punk che post: She Will, No Face, Hit Me e Husbands, con le ultime due che assaporano con gusto la lezione dei Birthday Party di Cave e, soprattutto, dell’acidità sonica dei Wire. Deliziosa scoperta, infine, l’aggiunta alla setlist di due inediti (che dovrebbero essere a breve pubblicati in un eppì): si tratta di I Need Something New e Fuckers. La prima, recitata con un filo di voce da Jehnny che, paonazza in volto, non regala mai un sorriso, forse perché immersa nella sua maschera, forse perché qualcosa tormenta le sue corde vocali. Chissà… Fuckers, ultimo atto dello show, è una lunghissima marcia, nella quale i controtempi di Fay si fondono con le corde stiracchiate di Gemma e una Jehnny che recita ossessivamente il mantra: “Don’t let the fuckers get you down”.
Senza guardare in faccia nessuno, senza una parola di troppo, senza il rituale sterile dell’encore, le quattro londinesi lasciano il palco. E lasciano a noi la sensazione che vale veramente la pena invischiarsi nell’esperienza di un live delle Savages, perché non c’è record che tenga e riproduca i suoni, la rudezza, l’oscurità ostile di questa band. Senza fronzoli, senza inutili scenate, le Savages sembrano dirci: “That’s it”. E noi ne facciamo umile tesoro.
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