Recensioni

Spiace per i cari Satan Is My Brother, ma di questi tempi decisamente cupi, non c’è bisogno di chiudere gli occhi per vedere il “nero”, anzi, forse sarebbe il caso di tenerli ben aperti gli occhi visto che il sonno della ragione genera proverbialmente mostri e qui più che sonno pare di vivere una realtà più che anestetizzata.
Lasciando un senso, la vista, per un altro, l’udito, ecco che aprendo bene le orecchie ci si srotola davanti la colata lavica dark-ambient-jazz che i quattro Satan ci elargiscono in questo album numero cinque, quasi fosse una risposta al titolo del precedente How Far Can You See? e proseguisse il percorso di scandaglio dell’“oscurità ancora più potente e evocativa” intrapreso con They Made Us Climb Up Here e prima ancora col trip dantesco A Forest Dark. Percorso lineare e discendente, quindi, in una indagine sul “nero” che si fa ancor più personale, interiore, priva di vie di fuga e sempre più in profondità, nei meandri più intimi dell’essere proposta come una mistura densa e grave di effluvi plumbei e mefitici, umori quasi horrorifici, profondità sonore che si fanno abisso interiore senza mai parossismi di sorta.
Quella dei Satan è infatti una discesa lenta, apparentemente senza picchi, quasi fosse una inesorabile e inarrestabile discesa naturale, come nell’iniziale Na+/K+, un accumulo di strati sonori dark a formare una specie di litania sinfonica quasi atonale che indirizzano l’intero lavoro non verso Lynch quanto più verso Lovecraft. La stasi dark-ambientale della seguente Off ne è corollario e insieme esemplare applicazione di una grammatica sonora che procede per sottrazione e rarefazione, così come Dive e Null ne restituiscono il doppio se possibile ancor più oscuro e disgregato, coi fiati della prima a lottare, soffocare e soccombere dentro un magma nero-pece e la seconda a dissolverne ancor più i connotati costitutivi.
Il trittico finale Deep, Static e Ascent, con un afflato post-rock vagamente incupito e visionario che le taglia trasversalmente, sembra una miniaturizzazione dantesca e l’approdo a un nuovo, si spera, modo di guardare una realtà sempre più cupa. Da cui probabilmente non ci e non si salverà nessuno, ma in cui la musica, questa musica, è più di un sollievo.
Amazon
