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7.5

Titolo del disco, copertina e titoli delle tracce rimandano ad una specie di idea psico-geografica alla base di questo ritorno del quartetto lombardo (perso per strada Antonello Raggi, dedicatosi al progetto The Piano Machine…) sempre su Boring Machines. Le cinque tracce che compongono They Made Us Climb Up Here, cinque Paths invisibili ed evanescenti contrassegnati solo dal numero crescente, ci dicono di un percorso ascendente da compiere sulle note di un cinematic-jazz dilatato e umorale, tendenzialmente notturno e misterico, non per questo associabile al campo semantico dell’oscurità o del timore, semmai a quello della visione e dell’espansione della percezione, musicalmente sempre incline allo sfaldamento e alla dilatazione (quasi) ambientale.

L’iniziale First Path cresce lentamente lungo i suoi dodici minuti, e quando intorno alla metà raggiunge il suo climax, è tutto un tripudio di post-rock umbratile, fiati che si rincorrono, voci trovate, fondali di soundscapes e ambient nero-pece che si avvitano come un groove mefistofelico e irresistibile prima di destrutturarsi, com’è tradizione della band, in una melma totalmente nera di droning ascensionali e sospensioni haunted (Second Path). Il jazz sui generis riemerge carsicamente nel Third Path ma è pura traccia sottocutanea nascosta tra nuvole di rumori che ne lasciano intravedere le forme ma mai nitidamente, proprio come la vetta della montagna da raggiungere nonostante le nebbie sonore che la circondano e la celano a chi non ha occhi per vedere.

Proprio questa visionarietà richiesta all’ascoltatore è una delle caratteristiche più evidenti di They Made Us Climb Up Here, lavoro poco intelligibile ma di una potenza evocativa notevole. Giocando con il precedente lavoro, A Forest Dark, sonorizzazione dell’Inferno dantesco, e col senso di ascesa notturna che permea tutto il presente disco, potremmo dire che i Satan sono saliti a riveder le stelle, ma vi hanno trovato una oscurità ancora più potente e evocativa.

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