Recensioni

Troppo oscuro anche per il più fumoso dei jazz-club del pianeta, il sound di Bohren & Der Club Of Gore, troppo fascinoso e accalorato per chi si nutre di geometrie asettiche post-rock o di sporcizia doom, cuore di tenebra conradiano in tinte noir che spurga sensualità e passione pur segnate di nero. Questa la dannazione dei quattro di Mülheim an der Ruhr, questa la loro forza, da quel lontano 1992 che li vede – Thorsten Benning (batteria), Robin Rodenberg (basso), Reiner Henseleit (chitarra), Morten Gass (chitarra/piano) – fondare Borhen, dar vita ad un ibrido musicale battezzato “doom ridden jazz”. Ma una mission, fosse pure quella di assecondare la nomea di “slowest band on earth”, va perseguita: ecco allora la firma con PIAS (ma è Ipecac a distribuirli in America), il nuovo album, Dolores, ed eccolo, quel sound, accartocciarsi ancora su sé stesso (Still Am Tresen), rarefarsi sino a diventare incubo liquido (Staub), ma anche imborghesirsi, sì che si presti a sonorizzare jazz-party esclusivi nell’ultimo dei gironi dell’Inferno – Karin, Schwarze Biene, Unkerich: la lezione dei Tortoise mandata a memoria, ma come se a riscriverla, in forma di romanzo, fosse un Raymond Chandler (quel sax!). Bohren & Der Club Of Gore si conferma uno dei segreti meglio custoditi dell’underground: il suo culto resiste al variar delle mode e in un monolite oscuro qual è il loro ormai riconoscibilissimo suono non siamo certo desiderosi di scorgere la differenza.
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