Recensioni

“It was a glorious death, not a mercy killing”. Così, nel 2012, Juan Mendez/Silent Servant commentava la decisione, improvvisa e inaspettata, di cessare le attività da parte dei Sandwell District, collettivo ed etichetta di cui egli stesso costituiva lo zoccolo duro insieme a Karl O’Connor/Regis e David Sumner/Function. Ironia della sorte, sarà proprio Mendez, una decina d’anni dopo, a svolgere un ruolo fondamentale per il ritorno sulle scene del collettivo, e a morire prematuramente in circostanze tutt’altro che gloriose. Il supergruppo techno – inizialmente fondato da Regis insieme a Peter Sutton/Female come costola della loro etichetta Downwards – era nato nel 2002, raggiungendo l’apice del successo e dell’influenza sul panorama techno tra la fine degli anni ’00 e l’inizio degli anni ’10, complice quel capolavoro che è Feed Forward, l’album di debutto datato 2010 e istantaneamente divenuto oggetto di culto.
La decisione di interrompere il progetto giungeva al culmine del successo, ma anche di irreparabili tensioni interne alimentate da grandi ego e ancora più grandi quantità di alcol e droghe, parte integrante del lifestyle berlinese condotto da O’Connor e Sumner. Il mix di questi elementi aveva reso ingestibili i rapporti tra i due, arrivati addirittura alle mani. La goccia che fece traboccare il vaso fu quando Sumner non si presentò in occasione di uno show londinese. Da allora, e per un decennio, i rapporti tra i due nomi di punta dei Sandwell District sono stati pressoché nulli, e sempre mediati dall’infaticabile Silent Servant, che manteneva i contatti a distanza dalla sua base losangelina.
In modo altrettanto imprevisto arriva la riappacificazione, nel 2022, con lo stesso Function che decide di presentarsi ad uno show di O’Connor e del suo gruppo Eros al Tresor. Da allora, i due hanno ripreso a parlarsi e a mettersi al lavoro su nuovo materiale – oltre a pubblicare la tanto attesa ristampa di Feed Forward e una compilation retrospettiva. Fondamentale per questo ritorno sulle scene, è stata la mediazione di Silent Servant, il quale era stato il motore principale per il ritorno sulle scene del supergruppo (ritorno caldeggiato anche da un certo Mark Lanegan).
D’altronde, Mendez era sempre stato il collante del gruppo, non solo caratterialmente ma anche e soprattutto in virtù delle sue grafiche che avevano tanto contribuito al successo dei Sandwell District in termini di immaginario: la techno, che nei Duemila languiva, in particolare a Berlino, nella moda della minimal, con la loro musica e le loro grafiche – fotografie e collage dallo spirito punk e dadaista, rigorosamente in bianco e nero – ritornava a farsi veicolo per la libidinizzazione dell’alienazione e della paranoia. La loro era una techno rigida e minimalista, oscura e ansiogena, ma allo stesso tempo ricca di dettagli finemente cesellati e dotata di una profondità sonora ed emotiva che faceva piazza pulita del piattume e della plasticosità della minimal berlinese. La techno dei Sandwell District, così come la loro estetica gotico-decadente, hanno impresso un marchio sul suono techno degli anni ’10, monocromo e avvolgente, complici anche i numerosi lavori solisti dei membri del gruppo e dei loro affiliati, primo fra tutti Seth Horvitz/Rrose.
Giungiamo così al 2025 e a questo nuovo, quanto inatteso, secondo album, End Beginnings. Già dal nome si presenta come un lavoro liminale, che chiude un ciclo e ne apre un altro. Un lavoro su cui aleggia la figura mai dimenticata di Silent Servant (cui è dedicata l’ultima traccia del disco), autore sia del titolo che della foto di copertina. Dopo la sua morte, Regis e Function avevano interrotto la lavorazione dell’album, salvo poi decidere di ultimare l’impresa avviata avvalendosi della collaborazione di Mønic e Rivet in fase di produzione e mixaggio.
E quindi, dopo un’attesa di quasi quindici anni, cosa ci riserva questo End Beginnings? Da una parte ritroviamo tutti gli elementi caratteristici dei Sandwell District: techno minimale in cassa dritta e scala di grigi, rituali oscuri dai ritmi spezzati, e gli immancabili tappeti di droning a fare da contraltare etereo – ma pur sempre irrequieto – alla rigidità ritmica. Le tracce con la cassa in quattro sono quelle più prototipicamente sandwelliane: Self-Initiate, ad esempio, con gli effetti psicoacustici dati dai suoi bleep reiterati all’infinito e dal droning affilato, sembra uscita direttamente da un EP di Rrose, il cui nome figura infatti tra i credits del brano. O ancora, la monocromia di Restless è un sunto del suono Sandwell, al limite del manierismo. La mano di Regis si sente maggiormente nei pezzi dai beat più irregolari, in linea con le sue produzioni dell’ultima decade. L’inziale Dreaming gioca di incastri tra ritmiche spezzate, folate di suoni industriali, droning minaccioso di sfondo e voci spettrali che si aggirano per lo spazio acustico. Su questa stessa falsariga anche il brano di chiusura, The Silent Servant, i cui sinuosi pad ambientali che iniettano una foschia romantica, l’ideale per questa elegia al compianto amico e collega. E poi c’è Self-Initiate, fra i meglio riusciti del lotto: una broken techno dalle percussioni e dal groove ben più marcati, quasi che i nostri volessero provare a cimentarsi con un pezzo tra hard drum e dancehall accelerata, o con la techno tribale nello stile di Forest Drive West, ma sempre con gli immancabili clangori industrial di contorno.
Tuttavia, End Beginnings ci mostra anche una nuova facciata del suono targato SD, espandendone la palette sonora e il range di BPM. I due brani che più rappresentano questo strappo alla regola – entrambi realizzati insieme a Sarah Wreath – compongono la sezione centrale dell’album, fungendo da spartiacque e abbrivio prima del finale. Least Traveled solca, nomen omen, il sentiero meno percorso dal collettivo finora: una marcia funebre downtempo atmosferica assestata intorno agli 85 BPM, nella cui matassa di suoni sintetici fa capolino addirittura una chitarra. Il risultato è un peculiare ibrido tra ambient techno da chillout room, desert rock psichedelico e l’immancabile patina di grigio industrial. Un esperimento a prima vista disorientante ma che tuttavia costituisce forse il pezzo più caratteristico di End Beginnings, insieme al successivo Citrinitas Acid. Come suggerisce il nome, i Nostri si avventurano stavolta in territori acid. L’andatura è moderata, in linea con il mood introspettivo dell’album, e mantiene viva l’attenzione e la tensione grazie al passaggio, a metà traccia, dall’iniziale beat sincopato electro ad una fluida cassa dritta. È questo un suono acid che non ha niente a che vedere con la psicosi della scuola di Chicago né con il lo-fi ruvido di matrice olandese, ma piuttosto richiama l’eleganza composta dell’acid ‘ripulita’ di un Tin Man o degli esperimenti recenti di Om Unit (ma senza i riferimenti dub di quest’ultimo), nonché l’aura elegiaca e fantascientifica del Carl Craig più ispirato – di cui Function si è esplicitamente dichiarato grande estimatore. Il quadro è completato da Hidden, brano estratto come primo singolo. Siamo nuovamente in territori acid, questa volta nella versione più dancefloor-oriented dell’intero album. Cassa in quattro galoppante, sferzate taglienti di 303 e bassline cupissima con cui i Sandwell District sigillano quello che ad oggi è presumibilmente l’unico pezzo da big room nella loro discografia.
A conti fatti, End Beginnings è un album liminale, come dicevamo prima. Un album che da una parte è squisitamente Sandwelliano, con la sua dicotomia sospesa tra ritmiche claustrofobiche e atmosfere elegiache; e che, d’altro canto, apre a nuovi orizzonti sonori. In un periodo storico in cui la parola techno sembra essere diventata sempre più sinonimo di ‘hard techno’, di TikTok pseudo-ravers e di una corsa all’arrembaggio sonoro, i Sandwell District si mostrano coerenti con sé stessi pubblicando un album decisamente in controtendenza e scevro da influenze modaiole. Ma soprattutto, ci ricordano che con la techno – con la loro techno – è possibile sia soddisfare le esigenze del dancefloor che guidare l’ascoltatore verso sentieri introspettivi, giocando sul sottile confine tra paranoia ed estasi. I maestri della techno gotica sono tornati, e ci auguriamo che rimangano con noi ancora a lungo.
Amazon
