Recensioni

7.5

La recensione che avrei voluto scrivere di questo libro, anzi che sarebbe stato più opportuno scrivere, finiva più o meno così: “Perciò, se avete in famiglia o tra i vostri amici un fan dei Måneskin, non potreste fargli miglior regalo che questo libro: vi ringrazierà”. Le righe che avrebbero preceduto questa chiosa sarebbero state del tutto congrue a titolo e copertina del volumetto, con quello Zitti e buoni in cubitali bianchi, le due chitarre profilate metal, la linguaccia pseudo-Stones, le immancabili corna e le simbologie “fluide” in campo rosa post-Barbie. E, chissà, in molti ci sarebbero cascati. Queste pagine sarebbero finite nelle mani che più le meritavano. Invece, maledetta onestà intellettuale, maledetti residui di coerenza editoriale, tocca scrivere cosa questo libro è in effetti.   

Salvatore Setola, noto come redattore di Ondarock e per il mai abbastanza rimpianto Mucchio Selvaggio, nonché co-autore dei saggi Ambulance Songs e Ambulance Songs 2 e del notevole romanzo distopico Vegan Holocaust, ha realizzato con questo conciso ma intenso saggio una sorta di pamphlet – anzi: un breviario – con al centro non tanto la celebre (anzi: celebratissima) band romana quanto i meccanismi che ne determinano il culto. Lo ha fatto forse nell’unico modo possibile: ovvero tenendoli quasi sempre fuori dall’inquadratura, come a sottolinearne la sostanziale vacuità, l’irrilevanza in termini strutturali, di peso specifico poetico ed espressivo. 

Suddiviso in cinque “moduli”, come se fosse davvero un “corso accelerato per non diventare una rockstar postmoderna”, gira attorno alla fenomenologia maneskiniana sezionandola in relazione al problema centrale, almeno per quanto riguarda coloro che hanno a cuore quella cultura rock a cui i quattro miracolati (sia detto nel migliore dei sensi possibili) danno mostra di rifarsi: ovvero, quanto in realtà il loro codice espressivo sia conflittuale con tutto ciò che il rock stesso è stato e forse ancora un po’ si ostina ad essere. E quanto sia al contrario organico a un tenore culturale che strato dopo strato sta ricoprendo un po’ tutti gli aspetti dell’infosfera, informando convincimenti intimi e concimando sostrati ideologici.  

Si prenda ad esempio il tema dell’orgoglio nazionale, chiamato in causa ogni tre per due dai fan, dalla stampa e persino da molta “critica”: Setola si tuffa nel tema senza fare sconti ma con piglio da vero appassionato, soppesa il valore degli sbandieratissimi endorsement internazionali (Iggy Pop, Rolling Stones, Tom Morello, Angelina Jolie…) argomentando che “non conta quanto famosi siano i tuoi estimatori; conta cosa ne faranno dell’averti ascoltato. Cosa lasci nella vita collettiva, come trasformi le persone da estranei che hanno in comune soltanto l’essere nati entro i confini di una certa nazione a consanguinei dello stesso gruppo armonico. Solo se ci intendiamo su questa funzione, ha senso parlare di orgoglio nazionale; altrimenti è soltanto propaganda, culturismo campanilista per una nazione senza più una cultura propria”. (Il corsivo è mio). Come dire, se proprio volete fare i sovranisti, fatevi almeno carico di tutte le premesse e le conseguenze.  

Oppure si consideri la chiave fenomenica che ha scardinato il fortino assopito di un pubblico altrimenti del tutto indifferente alle vicissitudini (all’esistenza stessa) del rock: la manifestazione scandalistica a favore di telecamere. Ma di che tipo di “scandalo” stiamo parlando? Setola: “Sul concetto di scandalo la cultura postmoderna ha generato un grosso fraintendimento: voi credete che per creare scandalo basti piazzare una modella nera, grassa e transessuale su un cartellone di Calvin Klein o celebrare un matrimonio gay farlocco su un set fotografico con appena quei quarant’anni di ritardo sulla copertina di Angst In My Pants degli Sparks. Confondete il ribelle con l’analista di mercato, chi usa lo scandalo per spaccare il contesto con chi il contesto lo insegue per professione, fingendo lo scandalo per meglio raggiungere il proprio target commerciale, ma lo scandalo in sé resta ben altra cosa: è una teologia dell’azzardo, una mistica del contrabbando che rischia la ‘meravigliosa vita del fallito’”. 

È il caso di chiarire: al di là delle argomentazioni, Setola è uno che racconta. E lo sa fare bene. I capitoli sono storie con protagonisti beautiful loser insospettabili, o comunque abbastanza inusuali se l’aspettativa è quella canonica dei panegirici sul rock: da Tommaso Marinetti ad Arthur Cravan, da Valentine de Saint-Point a Lucy Schwob/Claude Cahun, da Totò Savio a Ivan Cattaneo, dagli Skiantos a Ivan Graziani, da Loredana Berté a Gal Costa, è una carrellata di ritratti schizzati con tanta sintesi quanta devozione, ognuno presentato come cartina tornasole per far emergere il concentrato di fuffa ingegneristica dietro/dentro all’abbacinante successo maneskiniano. 

Si prenda anche solo il parametro della bellezza, oggettivamente scivoloso, e si valuti come Setola lo spinga spalle al muro, rinunciando – graziaddio – alla vaselina del politically correct: “Ogni epoca ha i propri modelli di bellezza: voi gender fluid vi bagnate per Damiano dei Måneskin che ruba un vecchio trucco a Marilyn Manson e lo insapona nel patriziato omoerotico dei film di Guadagnino presentandosi agli Mtv Awards in pantaloni fetish a chiappe scoperte, ma avreste dovuto vedere Franco Califano al suo apice. Come sex symbol se la giocava alla pari quando il top di gamma della bellezza virile si chiamava Paul Newman o Steve McQueen e profumava di dopobarba e tabacco secco e camicie di lino e motore quattro tempi. Di quel modello lui era la versione fuorilegge, criminale, con un’espressione da esistenzialista francese e il capello da capo della mala, l’abbronzatura mediterranea pure a gennaio e i collanoni d’oro comprati in un b-movie poliziottesco”. 

La conclusione è inevitabilmente lapidaria e forse un po’ risaputa, ma arriva a suggellare una trattazione robusta, a dispetto della sua relativa brevità: “Il loro dramma non è tanto suonare male quanto suonare male una musica vecchia senza averne mai posseduto lo spirito. Il pubblico li applaude non perché riportino in vita il mito del rock, ma perché ne offrono un ologramma vano e innocuo. Volendo riprendere il discorso gastronomico, i Mâneskin sono il parmesan cheese fatto in Wisconsin, gli spaghetti con meatballs nei presunti ristoranti italiani a Manhattan, la mozzarella imbustata nei supermercati di Los Angeles: una spudorata contraffazione”.

Si tratta insomma di una lettura intrigante, in qualche modo educativa, che temo non raggiungerà quei lettori (forti o deboli) che più ne avrebbero bisogno. Peccato, perché al di là della vis polemica e dell’aria un po’ così, da divertissement irriguardoso, c’è in queste pagine un sottofondo di autentica pietas, la vibrazione di uno slancio generosamente votato alla salvaguardia di una cultura che sarebbe meglio sapere morta e sepolta piuttosto che vederla così strumentalmente scimmiottata e sterilizzata. Del resto, Setola rivela benissimo il senso di ciò che ha scritto già nell’introduzione: “Questo libro è per salvarvi dai vostri sogni”.  

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