Con un aiutino da parte dei ferragnez, un meme che ha instillato curiosità anche a chi del contest musicale non aveva mai sentito parlare, i Måneskin si sono ritrovati all’indomani della vittoria dell’Eurovision con una visibilità senza precedenti, per una realtà italiana. Un’esposizione così massiccia che ha di gran lunga superato quella della stessa manifestazione che ne ha decretato il successo, evento che, come evidenziavamo in una precedente notizia, ha rimontato parecchio nell’ultimo lustro dopo anni di oblio ma i cui partecipanti scompaiono accanto a una band che ora si attesta nelle classifiche di oltre trenta paesi nel mondo, che si piazza al 12° posto della global chart di Spotify (3,8 milioni di stream circa contro i 12 della prima classificata Olivia Rodrigo) e, dato non scontato, al 17° della weekly single chart britannica, risultato quest’ultimo che non accadeva da 20 anni a livello di top20 per un artista del nostro Paese.
Nel frattempo, con Zitti e Buoni e i suoi 52 milioni di streaming a diventare il primo brano italiano su Spotify con più ascolti di sempre, in evidenza nella home page di NME per qualche giorno è stazionata una loro intervista, sempre su traino delle “bullshit drug allegations”, e persino Billboard USA ha chiesto alla sua divisione italiana di tradurgli l’intervista che era uscita sulle loro pagine per pubblicarne una versione in inglese per la sede ammiraglia, chiedendo inoltre alla redazione nostrana di allegare altre storie made in Italy. Il popolare portale che fa a capo alle classifiche ufficiali USA aveva già parlato del nostro Paese lo scorso marzo per via dell’entrata in una delle sue classifiche (Global Excl. U.S., ovvero la globale ad esclusione degli Stati Uniti) di quattro brani in gara alla 71esima edizione del festival di Sanremo. In pratica l’anello virtuoso che si è venuto a creare in Italia tra talent, un ringiovanito festival musicale nazionale e una manifestazione extra nazionale spinta al massimo sullo spettacolo visivo, oltre che musicale, ha dato i suoi frutti in termini numerici e di mercato, con gente come Morgan che vede in questa congiunzione un’occasione economica da sfruttare e non lasciarsi scappare.
Pensiero il suo senz’altro condivisibile dal punto di vista degli affari per l’Italia che esporta. Ma appunto stiamo parlando di affari. Retorico dirlo ma doveroso ribadirlo: trovare il proprio volto sui cartelloni a Times Square sponsorizzato Spotify (come nel caso di Madame) come primeggiare in tutte queste classifiche non significa che la qualità artistica agli occhi di chi fa critica – e qui giocoforza ci inseriamo anche noi – sia lievitata di pari passo.
Al primo posto della Global Chart di Spotify, con tre volte gli streaming dei Måneskin, c’è una clone di Taylor Swift che ha sfruttato la sua prosa confessionale per arrivare a una generazione di giovanissimi. Giovanissimi – e parliamo di 12enni in su – che dettano il successo delle star mondiali. E non è certo una novità. La band romana dà la sua versione addomesticata e potabile alle masse di glam rock, alcuni lo hanno definito talent rock, altri non vogliono che si parli di rock, distinguendo tra un vero e un falso rock. Il discorso è un altro: i Måneskin viaggiano su un canale che è quello del mainstream, come i Kolors prima di loro. Tecnicamente hanno ciò che serve. Non c’è bisogno di un Robert Fripp in formazione o perlomeno basta quello della domenica pomeriggio. Venti o trenta anni fa la band romana avrebbe macinato chilometri per rock club e centri sociali, oggi ha scelto una strada che sembra l’unica percorribile: questo il nodo cruciale di tutta la faccenda.
Non sappiamo nel post-covid quanto rimarrà del tessuto dei locali e del popolo degli indipendenti in Italia come all’estero, facciamo il tifo affinché resista e si ricompatti, ma il declino dell’alternative o di un’alternativa in generale è iniziato ben prima della pandemia, e sta creando oggi, soprattutto in una nazione di vecchi e con scarso ricambio generazionale, una distorsione evidente, tipo che i Måneskin siano portatori sani di cultura rock, continuatori al pari dei Greta Van Fleet di un linguaggio che è stato dato più volte per morto e che con loro rivivrebbe. Se rivive in loro, pacifico, realtà e fiction Netflix sono diventati la stessa cosa. E vivere in una fiction Neftlix è pur sempre una scelta libera e non stigmatizzabile. Anche lì domandiamoci perché non sembra più esserci un’alternativa al pop nel senso più ampio e comprensivo del termine, un’alternativa alle grandi piattaforme sovranazionali di streaming, in questo caso video. Siamo diventati i protagonisti di un libro del tardo Ballard e non ce ne siamo resi conto? Super-Cannes del resto sta per diventare una serie tv e a dirigerla ci sarà il figlio di David Cronenberg, Brandon. Qualcosa vorrà pur dire.
Su SA trovate la recensione di Teatro d’ira Vol. 1 firmata da Stefano Solventi.
