Recensioni

Sapete qual è il problema? La maledetta causa di tutto? Ho esitato. Non sono stato abbastanza veloce, rapido, reattivo. È accaduto un venerdì pomeriggio, quando il Comitato Oscuro – propaggine marginale dei Poteri Forti, settore Intrattenimento e Amenità, che da sempre detta le linee editoriali di Sentireascoltare – ha diramato attraverso i consueti canali criptati la seguente direttiva: il disco dei Måneskin ha da essere recensito. Ovviamente tra i collaboratori di SA sono fioccate le più fulminee manovre di smarcamento: c’era chi aveva ancora sul groppone la monografia di quel gruppo kraut fighissimo, chi doveva gestire quattro figli in DAD, chi stava per sostenere un esame cruciale di Letteratura Romanza (ed era fuori corso dal 2006), chi accusava un’otite purulenta, chi aveva judo, e via discorrendo. Quanto a me, non che non sapessi confezionare una scusa credibile (figuriamoci: scrivo su SA da quasi vent’anni), ma, che il cielo mi perdoni, non ho risposto subito. Ho lasciato passare qualche istante di troppo. Ho esitato. Perché? Me lo sto ancora chiedendo. In ogni caso, a quel punto era troppo tardi. Il Comitato Oscuro sa fiutare le sue prede, una specie di istinto ferino lo rende straordinariamente sensibile ai segni di debolezza dei – suvvia, chiamiamoli per ciò che sono – sottoposti. Ero fregato.
Quella sera, ho cenato leggero. Ho bevuto con moderazione. Ho rinunciato al caffè. Ho letto qualche pagina di un romanzo di Roth (sempre affidabile, il vecchio Roth) e guardato una puntata di The OA (sono ancora alla prima stagione). Quindi ho preso un respiro profondo, seguito da altri dieci (a spanna, eh, non li ho contati) appena più leggeri. Ogni respiro mi avvicinava di una tacca allo stato di completa rassegnazione. Infine, ho indossato le cuffie e ho fatto partire Teatro d’ira, consolato dalla durata complessiva (“solo” mezz’ora) ma atterrito da quel minaccioso “vol. 1”. Durante le otto canzoni, credo di non avere articolato un solo pensiero compiuto. Proprio così: non pensavo. Casomai avvertivo qualcosa: una specie di bolo, un ascesso che pulsava, gonfiandosi tra petto e stomaco. Ci ho messo un po’ a capire di cosa si trattava: era un groviglio bulboso, muto e cupo, di sacrosante bestemmie.
Intendiamoci: sono toscano. Conosco la natura intima, la struttura e oserei dire la dinamica delle bestemmie (o mòccoli, come lucidamente li chiama la puntuale sintesi secretiva/sacrilega dialettale). Proprio perché ne rispetto la funzione, mi preoccupo di tenerle a bada. Ne faccio uso, certo, ma con grande parsimonia. Mi capita di passare settimane senza bestemmiare, anche un mese intero. Tuttavia, quell’improvviso riempirsi del serbatoio stava mettendo a dura prova il mio self-control. Tenere a bada la bestia è stata dura, e se ho resistito è stato solo per preservare la mia immagine di marito equilibrato e padre affidabile (moglie e figli erano nelle vicinanze, ignari di ciò che stava accadendo ai miei padiglioni auricolari). Passata la mezz’ora, ho chiuso gli occhi e atteso. Ma il groviglio di mòccoli non si scioglieva. Era ancora lì. Non andava né su né giù (come il proverbiale ovosodo). A poco è servita un’altra puntata di The OA e altre pagine di Roth. Dovevo liberarmene, per una via o per l’altra. Ed ecco, quella che state leggendo non è una recensione: è il modo in cui si è sciolto quel bolo di bestemmie, come l’ho domato, tradotto in qualcosa che non sembrasse ciò che in realtà è (ma se avvicinate le orecchie al monitor, chissà, magari potreste sentire un’eco della versione originale).
Siccome nessuna forza al mondo – neppure il Comitato Oscuro – riuscirà a impormi un secondo ascolto, vorrei anticipare le eventuali accuse di poca accuratezza: questa è senz’altro la meno accurata recensione che abbia mai scritto. Anzi: non è neppure una recensione. Non mi è passato neanche per la testa di analizzare le singole canzoni, che spero vivamente di scordare presto, spero persino di scordare di averle mai ascoltate (soprattutto quelle in inglese: piacevoli come leccare un rospo di gomma ricoperto di vaselina). Il punto è che questo disco non è un brutto disco. Il brutto, sapete, ha una sua nobiltà, le sue ragioni d’essere e accadere. Può essere un fallimento, un errore di prospettiva o valutazione. Il brutto è, come dire, un inciampo, una pronuncia sbagliata del bello. È uno sbaglio, e quindi è una tappa. Perciò ha un senso. Ma questo disco non è brutto: è anzi abilmente confezionato. È a suo modo un lavoro riuscito, compiuto. Ed è, perciò, orribile.
Una ulteriore precisazione. Prima che possiate pensarlo voi, lo dichiaro io: non credo di essere la persona adatta a scrivere di questo disco. Ho cinquantuno anni, cazzo. Sono bollito, un reduce, un relitto. Avere ascoltato rock (e dintorni) per trentacinque anni (abbondanti) non mi rende certo più autorevole di – chessò – un quindicenne che oggi si senta gratificato dall’ascolto dei Måneskin. Questo deve essere chiaro. Ma sto scrivendo perché obbligato a farlo, ricordate? Lasciatemi aggiungere una cosa: avere cinquant’anni (e oltre) non è brutto solo perché non si ha più il polso del presente, voglia di muovere il culo o cavalcare la serpe elettrica del rock’n’roll. No: il brutto è che si pensa sempre più spesso alla morte. Ci si pensa ogni giorno. Diventa il rumore di fondo e il brodo di coltura di ogni riflessione, anche delle più, come dire, disimpegnate. Ha un senso che ne scriva qui, perché gli anni che mi separano dai Måneskin superano – con ogni probabilità – quelli che mi separano dalla morte. Un pensiero poco piacevole, ne converrete. Ma, ecco, questo Teatro d’ira me lo rende più tollerabile, proprio perché mi consola sapere i Måneskin e il loro disco più distanti da me di quanto non sia la morte. Spero che capiate cosa intendo.
Ma torniamo a noi. Cos’altro dire? Ho letto in giro che molti appassionati di rock si sono ribellati all’idea che i Måneskin facciano rock. Qui non concordo: i Måneskin fanno indubbiamente rock. Il punto è proprio questo. Fanno rock. Quel tipo di rock che si rivolge a un tempo e a un pubblico che del rock non ha né idea né bisogno. È un rock assemblato con le parti utili di un rock mitizzato, omogeneizzato, semplificato fino a lasciarne solo il guscio. La polpa no. Meglio di no. La polpa è materia fragile e tossica. Roba che scotta. Meglio di no, la polpa. Per capirsi, aiutandomi con la prima metafora che mi è venuta in mente (potrei fare di meglio, ma vabbè), questo disco è un po’ quello che Le comiche di Neri Parenti era rispetto ai lavori di un Buster Keaton o di Laurel & Hardy. Per chi non lo ricordasse (beati loro), parlo di un filmetto di serie B (bassa classifica) con Villaggio e Pozzetto del 1990, rivolto a un pubblico che di un Keaton se ne fotteva allegramente. Anche perché se gli spettatori avessero invece davvero conosciuto e apprezzato un Keaton, sarebbero fuggiti dalla sala tempo tre minuti.
Per arrivare a questo benedetto punto, che non c’è tempo da perdere, i Måneskin fanno rock, certo, ma assemblare vecchie soluzioni formali come mattoncini Lego non significa di per sé padroneggiare una forma espressiva, né men che meno resuscitarla, casomai più probabilmente contribuisce a certificarne l’obsolescenza, anzi l’imbalsamazione, e poi l’evaporazione in una nuvola rosa retromaniaca nella quale però l’ossessione è stata scalzata dalla pianificazione. In particolare, ogni volta che il rock vuole sembrare rock, non è rock. Somiglia più al suo contrario, uno sfogo rassicurante, un lenitivo. Qualcuno dirà che in fondo il rock è sempre stato organico al sistema, la benzina del motore. Sì, certo. Il rock non è pensabile senza il motore (il sistema, l’establishment) di cui vuole – certo: vuole – essere il carburante, ma – MA – ha sempre aggiunto granelli di sabbia alla benzina, a volte persino a manciate. Il rock è rock se ha bisogno della macchina e di esserne allo stesso tempo il fantasma. Il rock sa di avere un nemico, anche quando lo abbraccia. E questa è un’ambiguità che spiega tutto. Il rock non è la benzina né la sabbia: il rock è tra quel volersi benzina e quel metterci la sabbia.
I Måneskin invece viaggiano col teletrasporto. Senza attrito, come cambiare canale o seguire un link. Le loro canzoni sono rabbiose sì ma, come dire, perché le disegnano così (cit.). Sono intrise di una specie di rabbia cosmetica, di design. Contro chi? Chi sono quei “loro” contro cui Damiano espettora tutti i suoi vocalizzi immancabilmente scartavetrati? Chi dovrebbe scandalizzare quella loro trasgressione da talk show pomeridiano? Domande interessanti. Risposta: boh. La sensazione è che in loro (e attorno a loro) sia in atto un processo di infantilizzazione del Nemico. È un po’ come se fossero passati direttamente dalla fase dell’amico immaginario a quella del nemico immaginario. I loro nemici sono così reali, così implacabili nel rovinare i loro piani, che prima rischiano di vincere il talent show più (nazional)popolare a disposizione e poi portano a casa il festivalone nazionale, sembrando in ogni caso del tutto congrui, funzionali al contesto. Deve esserci proprio una fottuta macchinazione contro di loro.
Capito il motivo del bolo di bestemmie? Ho passato anni e poi decenni ad augurarmi che questo Paese metabolizzasse qualcosa delle sfaccettature, della stratificazione, della veemente e delicata complessità del rock, della sua importanza come forma espressiva tra le forme espressive, e mi ritrovo con un Paese che celebra l’imporsi a favore di telecamera di un rock-simulacro, di un rock formattato, di un rock-senza-rock. Oltretutto col sospetto che alla telecamera non sfugga nulla, che tutto quello che c’è venga colto dalla telecamera e quello che non c’è (cit.) semplicemente non c’è.
Ah, quasi dimenticavo: se qualcuno pensasse che se non altro è una proposta diversa dagli imperanti itpop, neosoul e trap, e che in ragione di ciò se qualche fan andasse ad abbeverarsi alle fonti (le fonti?) sarebbe comunque tanto di guadagnato, credetemi: non accadrà. E se accadrà, non porterà a nulla (se non capite perché, ho scritto le righe precedenti inutilmente).
Basta. Meglio chiudere qui ‘sta faccenda che non avrei voluto aprire. Sono finalmente arrivato al punto in cui di solito, nelle recensioni, tento di abbozzare una conclusione. Ma, come dicevo, questa non è una recensione. Speriamo che il Comitato Oscuro la approvi. Altrimenti, addio. È stato bello. Un po’.
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