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Quando Salmo ha annunciato Ranch qualche mese fa, alcuni hanno pensato a un disco country, altri a un semplice ritorno alle origini. Speculazioni che, a dirla tutta, ci stavano a pieno titolo, vista una copertina dal gusto spudoratamente atavico e rurale, che rinviava a una qualche netta opposizione con l’immaginario urbano e/o consumista dell’hip hop di oggi. Ed è vero in parte: il ranch racchiude sicuramente questo fascino ancestrale, quello delle proprie radici familiari, ma anche quello del proprio percorso discografico, delle proprie influenze musicali.

Ma c’è altro. “Il ranch è uno stato mentale”, questo Maurizio Pisciottu l’ha spiegato più e più volte nelle interviste, rendendo una fattoria dispersa nelle colline un simbolo autobiografico vasto e multiforme. “Il concetto “ranch” nella mia testa è un posto isolato, il posto isolato nella testa delle persone. È il posto dove stare da soli e sentirsi al sicuro. E ho ricreato questo posto in Sardegna, in una collina, una collina dove non c’è nessuno a fianco, vivo da solo. Io mi sono creato un ranch in Sardegna, è stata un po’ la mia isola felice, mi serviva un posto dove isolarmi”. Lontano dalle grinfie della città quindi, con un imposto e salvifico auto-isolamento (tema cardine di MAURI), la chiave per il gusto libero, profondo, introspettivo del settimo album da solista.

Il risultato è quello che succede quando un veterano che raggiunge i 40 raggiunge la piena maturità artistica: un prodotto che è completamente slegato da tutto, sia dalla patina hardcore e rock di molti dei suoi primi lavori, sia dalle incursioni pop e da classifica degli ultimi. Libertà piena quindi, carta bianca che allarga le vedute e mescola gli ingredienti, rischiando  di perdere un’identità riconoscibile. E forse questo è proprio il punto, la mancanza di un volto definibile (iconografia ricorrente nei dischi passati, tra Lucifero in FLOP, i teschi di The Island Chainsaw Massacre e Hellvisback, la propria faccia invecchiata in Midnite), a sacrificio di un atteggiamento liquido e multiforme.

Estremamente convincenti, e veri highlight sono le firme d’autore più prestigiose: IL FIGLIO DEL PRETE prende grottesche atmosfere da saloon per denunciare la Chiesa e i suoi retroscena più scabrosi (“Il figlio del prete nasconde la storia che tutti sapete, ha rapito minori venduti alla fede, si muove nel buio, nessuno lo vede”), CRUDELE ripercorre la cronaca nera della propria famiglia in suggestioni horrorcore simil- Dance With The Devil (“Mio bisnonno ha fatto a pezzi suo cugino, e l’ha sotterrato in giardino, yeah, “dicci dov’è il corpo o fai la stessa fine”, il sangue segnava il confine, la famiglia si divise, yeah”), mentre la sopracitata MAURI è un avvolgente e minimale scambio epistolare su auto-isolamento e salute mentale (“Sono rinato da quando ho mollato i social, la vita mi sorride adesso quando mi incrocia, non c’è nessuno che vuole mettermi in croce”). Frammenti di una poetica che, unendo i pezzi, si compone di introspezione, amarezza, rivalsa e un pizzico di grottesca ironia. Eredità di un vissuto difficile, presente e passato, che qui trova immagini dolorose e vivide.

Tolti altri buoni esercizi più spudoratamente puristi (ON FIRE, NUMERI PRIMI, BYE BYE con un ottimo Kaos, N€UROLOGIA), Salmo si toglie qualche piacevolissimo sfizio. Il club anthem Bounce richiama le melodie di Bulls On Parade dei Rage Against The Machine, SANGUE AMARO si distende in un gustosissimo lo-fi con chitarra, il binomio chitarra-voce di INCAPACE si rifà consapevolmente a Redemption Song di Bob Marley, mentre il teatrale retro-soul in levare di Cartine Corte riflette sull’incertezza della vita. Meno convincenti il punk rock adolescenziale di SINCERO, la tamarrata techno iper-distorta di FUORI CONTROLLO, che flirta con i Death Grips ma prende il palo, o lo sterile speed rap di Beatcoin, che richiama il peggior Madman. Il tutto è cucito dal miscuglio di menti intelligenti e dedite, tra beatmaker più o meno conosciuti: Greg Willen (ex FSK), Low Kidd (Lazza, Marracash, Nitro), Big Joe (Fibra, Gemitaiz, lo stesso Salmo in passato), El Verano, ma anche volti presi da altre realtà (il DJ Luca Agnelli in FUORI CONTROLLO o il chitarrista Marco Azara in SINCERO, IL FIGLIO DEL PRETE e altri).

In fin dei conti Ranch non ribalta dalla sedia, né si può dire che è il disco più vincente della carriera di Salmo (il trono lo lasciamo contendere a The Island Chainsaw Massacre del 2011 e Hellvisback del 2016), ma è l’album che più di tutti afferma uno dei rapper dalle più ampie vedute che abbiamo in Italia. Le sue sperimentazioni nel mainstream (perché, pur fallimentari, si tratta sempre di esperimenti) sono giunte al termine, tant’è che il 2025 segna anche il ritorno dell’alter ego Mr Thunder (nell’outro TITOLI DI CODA) che, ugualmente al pezzo Peyote (da Hellvisback), offre a Salmo la possibilità di analizzare i trend del momento e di auto-criticarsi ironicamente (sentiamo persino un dissing a sé stesso, oltre allo scimmiottamento di un pezzo da stadio e di una rap-hit).

Divertente, auto-citazionale nel modo giusto, ispirato, profondo e tagliente allo stesso tempo. Salmo conferma le qualità che tutti sappiamo, inciampando in qualche decisione strampalata, ma pur sempre libero di far quello che vuole. E in una scena dei grandi dove esistono dettami quasi rigorosi, un disco come questo si eleva, rilanciando il sardo come autore imprescindibile del panorama dello stivale.

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