Recensioni

Essenzialità e delicatezza espressiva sono gli elementi alla base della nuova prova di S. Carey, folksinger noto per la sua proficua partecipazione al progetto Bon Iver. Un percorso a ritroso che paradossalmente punta ad essere essenziale pur spogliandosi di quella componente minimal che aveva connotato i primi due album solisti (Range of Light e l’EP Supermoon). Verrebbe da chiedersi ancora oggi che peso abbia potuto avere, al tempo, il tour promozionale di For Emma, Forever Ago – che vedeva schierato il Nostro in veste di batterista e controvoce di Justin Vernon – su questo Hundred Acres.
Un album dove il concetto di ruralità è ancora forte, come testimonia anche l’emblematico artwork, e che sembra non smarrire quei glacialismi sonori a cui Carey mostra di essere ancora legato a doppio filo. L’inverno del Wisconsin qui lascia spazio a una mite primavera tradotta in resa sonora molto più ariosa ed articolata: basti pensare al solo set strumentale caratterizzato da chitarra, synth, pedal steel, archi, batteria e percussioni. A mutare è la prospettiva, con un’introspezione acuita da parole che fluiscono lievi su strutture sonore dall’imprinting riconoscibile ma mai ridondante. Hundred Acres, da questo punto di vista, è un fragile trionfo di arpeggi, voci sbiadite e percussività a bassa quota che strizzano l’occhio a quell’insolita alchimia tra lacrime e pura bellezza incrociata nel Carrie & Lowell di Sufjan Stevens: lo confermano i rimandi espliciti di brani come Hundred Acres o Emery, suggellati da una tensione espressiva costante ma che pare quasi trattenuta e pronta ad esplodere in qualsiasi momento. La gamma di colori e sfumature è ampia, e trovano spazio anche momenti timidamente pop (More I See) sulla falsariga dell’ultimo Ásgeir, o reminiscenze minimal à la Nick Drake nelle conclusive Have You Stopped to Notice o l’eterea Meadow Song, con quest’ultima a vagare in territori umbratili in chiave Sigur Rós.
La complessità emotiva di Hundred Acres spalanca porte sull’universo interiore di Sean Carey, meno inerme del solito e pronto ad incanalare le sue emozioni su binari giusti e sempre ben messi a fuoco. Un disco che non finirà nelle classifiche di fine anno, ma utile a mappare il percorso evolutivo del musicista originario di Eau Claire, sempre più vicino a trovare la sua chiave di volta.
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