Recensioni

È un desiderio di semplicità e di avvicinamento alla natura incontaminata a indicare la direzione di Supermoon, extended play di S. Carey registrato durante il perigeo lunare dell’agosto 2014. La scelta, dunque, è ricaduta su quattro versioni alternative di brani contenuti nei due precedenti album dell’artista del Wisconsin, a cui vengono accostati un inedito e una cover d’eccezione. Verrebbe dunque da etichettare, in maniera un po’ sbrigativa, queste sei composizioni come minimal-writing, poiché è la voce di Carey a riempire generalmente il centro della scena, ma è nell’ascolto approfondito e nel trasporto subliminale che Supermoon trova la sua reale dimensione.
Il pianoforte collega il suono dell’EP agli esperimenti di classica contemporanea del nostro tempo, i testi ci riportano ad un cantautorato passionale e un po’ “laccato”, ma spesso sono proprio le sospensioni e i silenzi a creare quel necessario pathos che non rende volatili le composizioni. Neppure la title track sfugge a queste dinamiche, puntando sul falsetto di Carey, sull’essenziale piano e su una latente base digitale che dona il vero mood a un brano che pian piano si svela all’ascoltatore. La chiusura del disco è quindi affidata a una delle tracce più intense e dolorose della discografia dei Radiohead, quella Bullet Proof… I Wish I Was che nel 1995 avvinse ascoltatori di tutto il mondo in The Bends. Nulla, però, viene aggiunto a quanto già fatto da Thom Yorke e il dolente finale si rivela una semplice cover – ben poco personale – di un vero caposaldo degli anni ’90.
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