Recensioni

7.1

È difficile parlare di Range Of Light, sophomore di S. Carey – ovvero il batterista, percussionista e seconda voce di Bon Iver -, senza pensare a Justin Vernon. È ancora più difficile immaginarsi il primo senza il secondo, ma non il contrario. Come a dire: può un ottimo turnista riuscire a eguagliare, se non superare, l’anima del gruppo?

In questo caso, l’impresa è ardua, e senza voler scadere nelle solite banalità, ve lo riveliamo subito: Range Of Light è un bel disco, S. Carey è un bravo songwriter, ma i due lavori a firma Bon Iver sono di un altro livello. Non si tratta di pregiudizi, ma di realtà oggettiva. D’altronde, il rischio maggiore nel pubblicare un album che per riferimenti, genere e immaginario è in tutto e per tutto uguale al sound del gruppo di provenienza, è proprio quello di finire per sembrare la copia sbiadita di quest’ultimo. Un rischio di cui Carey sembra essere del tutto consapevole, evitato grazie alla registrazione di un disco non banale, personale e molto voluto. 

Siamo ancora dalle parti di un folk gelido e solitario, di nuovo debitore verso le foreste del Wisconsin – Carey vive infatti ad Eau Claire, la stessa cittadina di Vernon: troviamo tuttavia anche stratificazioni ambient e suggestioni trip hop, unite ad un lirismo intimo e comunicativo. In primo piano, rimangono le tenui atmosfere dell’acustica, anche se declinate per lo più in costrutti alt-pop: nonostante l’appartenenza ad un genere ben preciso, Carey mostra infatti di avere un’impronta autoriale tutt’altro che scontata. Il pregio maggiore di Range Of Light è quello di aggiungere nuovi elementi ad un genere basilare e canonizzato come appunto il folk americano, grazie a soluzioni in grado di dare carattere ad ogni brano: lo dimostrano, ad esempio, gli ovattati rintocchi di Glass/Film, costruita sull’intreccio tra fingerpicking, tromba e piano, quest’ultimo presente anche in Fire-scene, uno degli episodi più bucolici e tradizionali.

Arpeggi e rullanti, umori delicati ed emozionali in cui si fanno spazio anche venature elettroniche, come mostra Fleeting Light, uno dei brani più riusciti e atipici: falsetto, chitarra lieve e ritmiche sullo sfondo, che rimandano, come anche Crow The Pines, allo stesso cantautorato intenso e visionario della band madre. Nel complesso, ci troviamo di fronte a un album riuscito su tutti i fronti, in primo luogo dal punto di vista delle canzoni: voce, melodie e arrangiamenti equilibrati, per un songwriter maturo e consapevole, con il solo difetto di essere cresciuto all’ombra di un artista più grande di lui.

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