Recensioni
Ryan Murphy
Monsters - La storia di Lyle ed Erik Menéndez
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Elisa Torsiello
- 1 Ottobre 2024

È un duplice ghigno, una doppia facciata, quella che riveste ogni episodio di Monsters: la storia di Lyle ed Erik Menéndez. È una duplicità antitetica e di supporto vitale reciproco, come quello delle vittime che diventano carnefici, di abusati che si trasformano in abusanti, e di mostri che generano mostri.
Dopo Dahmer – Monster: the Jeffrey Dahmer Story, all’interno del secondo capitolo della saga antologica di Ryan Murphy vive una costruzione estetica ineccepibile, un confezionamento realizzato nei minimi dettagli, frutto di una regia “parlante” e “umorale”, perché capace di restituire i turbamenti, lo tsunami emotivo, e le ondate di collera che si annidano nell’interiorità dei propri personaggi. Ma è tutto troppo. Come troppo è la parte attoriale, composta da performance lasciate vagare nell’oceano dell’overacting. Certo, l’eccedere nella propria interpretazione, puntando su occhi strabuzzati, espressioni caricate, battute strascicate lungo pianti isterici e parole urlate, sono tutti tasselli utili alla formazione della maschera dei mostri.

Eppure, se l’esagerazione attoriale messa in scena da Javier Bardem nei panni del padre José, risulta credibile, a fuoco, perfettamente inerente al personaggio portato sulla scena, nelle mani dei giovani Cooper Koch (Erik) e Nicholas Alexander Chavez (Lyle) risulta oltremodo esasperata, fuori controllo, macchiettista e quasi clownesca. Messo a confronto con le testimonianze controllate rilasciate dai veri Lyle ed Erik nel corso del processo, tale overacting risulta lapalissiano e quanto mai evidente. Un’interpretazione caricata anche in risposta all’idea strutturale concepita dallo stesso Ryan Murphy. Desideroso di fornire del celebre caso di duplice omicidio quante più versioni possibili, l’autore finisce per screditare la verità, falsare il decorso degli eventi e alludere a pulsioni e fatti forse mai veramente accaduti e nati dalla semplice vena creativa di Murphy stesso.
La sensazione di una sessualizzazione costante degli eventi e dei personaggi, se nel contesto degli abusi subiti dai ragazzi a opera del padre, e degli strascichi traumatici che hanno intaccato la loro razionalità, risulti pienamente giustificabile, nel quadro d’indagine del legame tra i due fratelli risulta non necessaria e fuori luogo. Per quanto coinvolgente, e tecnicamente ineccepibile, lo stesso montaggio sincopato e adrenalinico, sostenuto da una colonna sonora dissonante, con brani contrastanti emotivamente con la portata mortifera degli eventi immortalati, non fa altro che esacerbare questo scarto tra reale e immaginato, per giocare sul puro e solo desiderio di sconvolgere i propri spettatori.

Le emozioni vengono ridotte a simulacri, sempre più viscerali e meno toccanti, il che è funzionale per un’opera che tratta comunque il caso di due ragazzi che nel buio della notte hanno ucciso a colpi di fucile i propri genitori. Sussiste però una sorta di fastidiosa indecisione da parte degli autori: un’incapacità di prendere una posizione circa il punto di vista da seguire e su cui costruire un intreccio coeso, coerente e non certo sfilacciato e altalenante come quello della serie di Netflix. Non è un caso, dunque, se è nei momenti in cui l’opera si ancora al punto di vista e mnemonico dei due fratelli (come negli episodi quattro e cinque, con l’intenso piano-sequenza fisso sul personaggio di Erik) che la serie trova il suo apice. Ma come tutte le vette, anche quella di Monsters: la storia di Lyle ed Erik Menéndez una volta raggiunta prevede una discesa; e la sua sarà una discesa tortuosa, traballante, piena di urla e di fatti costantemente messi in discussione nella loro portata reale.
Poteva essere un saggio su memorie torbide e rimosse, e di una violenza rattrappita fatta di pulsazioni iconiche, Monsters: la storia di Lyle ed Erik Menéndez; un’opera seriale che si (ri)fa alla realtà, oltre che riprodurla. Murphy preferisce invece puntellare di orpelli la storia dei due fratelli; attratto da un vampirismo spettacolarizzante, non solo si avvicina al caso, ma fagocita i dati oggettivi, per poi allestire di inutili decorativismi la sua versione televisiva, ricorrendo a formulazioni talvolta inutili, storicamente errate, e avanzando pretese assurde e di una tediosità pretenziosa con cui nascondere sentimenti lineari e le ferite di abusi costanti capaci di tramutare l’uomo in mostro. Vuole invece imbrattare di sangue il proprio pubblico, Ryan Murphy; fargli sentire l’odore acre della morte, e il sapore salato delle lacrime. Il tutto per soddisfare una propria innata necessità di spettacolarizzazione dei mostri, delle menti frammentate, delle mani che uccidono per esorcizzare i fantasmi del passato. Ma Monsters: la storia di Lyle ed Erik Menéndez, non è figlio di un’immaginazione mostruosa. È una storia nata dal grembo malato della più truce realtà.

Lanciato sulla passerella seriale, Monsters viene concepito come un modello da vestire con abiti e accessori impeccabili, perché tutto al suo interno deve piacere allo spettatore, convincerlo della sua verità intellettuale; un’operazione non dissimile da quella compiuta dagli avvocati della difesa (impeccabile in questo senso Ari Graynor nei panni dell’avvocato Leslie Abramson) sugli stessi Menéndez dinnanzi alla giuria. Specchi per le allodole celanti la mano della morte, con abiti color pastello, camicie stirate e un aspetto impeccabile, i due dovevano mostrarsi come bravi ragazzi, educati e raffinati. Ma così ci si discosta dalle colpe di cui sono macchiati genitori e figli. Tutto è finto; tutto è perfettamente illuminato; tutto è pop. Non c’è spazio per lingue d’ombra che avvolgono oscure figure mostruose. La morte si fa luce; gli abusi color pastello.
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