Film

Ryan Murphy

Monsters: La storia di Lyle ed Erik Menéndez

19 Settembre 2024 Stati Uniti drammatico

Lo aveva dimostrato ampiamente con la saga di American Horror Story, e poi con quella di American Crime Story: Ryan Murphy è attratto dalle personalità frammentate, dalle anime perdute destinate a tramutarsi in mostri. Un appetito costante, il suo, che non accetta di limitarsi nel piccolo spazio della fantasia, per espandersi fino a intaccare quello della realtà storica. Perché nel mondo degli esseri umani, il confine tra realtà e immaginazione si fa sempre più labile, e capita spesso che la prima superi di gran lunga la seconda, anche (e soprattutto) nei casi di omicidi. E così, ecco che l’autore lascia che la cronaca del suo paese gli faccia ancora una volta da fonte di ispirazione, dando alla luce Monsters: La storia di Lyle ed Erik Menéndez, secondo capitolo della saga antologica dedicata ai serial killer d’America, quelli che hanno sconfinato il ruolo di mostri per diventare figure mediatiche, icone di un buio interiore incapace da trattenere e adesso pronto a fuoriuscire a suono di colpi di fucile, o di pistola.

Siamo nel 1989, nel quartiere sfarzoso di Beverly Hills. I fratelli Lyle ed Erik Menéndez, stanchi degli abusi subiti dal padre, e dall’omertà materna, decidono di uccidere i propri genitori, così da porre fine al proprio incubo personale. Un incubo che i due intendono tenere nascosto fino all’ultimo, anche quando la loro recita di vittime innocenti di un crimine di mafia viene smascherata, o quando gli avvocati chiedono la rivelazione di eventi chiave nel loro passato. Il resto è storia; storia di un processo seguito, indagato, analizzato dai media, che adesso nelle mani di Murphy si trasforma in una serie televisiva in nove puntate su Netflix.

Quello di Lyle ed Erik Menéndez è un caso ancora oggi dibattuto: da una parte, una schiera di innocentisti chiedono la liberazione dei due, soprattutto alla stregua degli abusi subiti sin da piccoli per mano del padre Jose. Dall’altra, si alza la voce di chi ritiene giusta la sentenza della prigione a vita. Nel mezzo ecco muoversi un Ryan Murphy deciso a costruire una struttura esteticamente ineccepibile, integrata da ricordi dolorosi, eppure indebolita da una molteplicità di punti di vista che intaccano la veridicità e la messa in discussione di molti degli eventi qui narrati. Risulta spesso difficile stabilire un confine netto tra ciò che è figlio di una rivisitazione drammatica, e ciò che è stato preso in prestito dalla cruda realtà; così facendo, l’ego spettacolarizzante di Murphy aleggia e abbraccia ogni minuto dell’opera seriale, minimizzando il dolore subito, e il processo di mutazione da semplici, viziati, figli dell’America di successo, in mostri sanguinari.

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