Recensioni

Prodotta da Ryan Murphy (Glee, American Horror Story, American Crime Story, Pose, Ratched, Hollywood), Halston è una miniserie Netflix ideata dallo sceneggiatore di Broadway Starr White ed è il racconto della rapida ascesa (e rovinosa caduta) dello stilista Roy Halston Frowick – in arte Halston – interpretato da Ewan McGregor. Alla base dei cinque episodi che la compongono, tutti diretti da Daniel Minahan (regista occasionale per le serie firmate da Murphy) si trova la biografia Simply Halston scritta da Steven Gaines (1991).
La serie ha inizio quando Halston, capo modista del grande magazzino Bergdorf Goodman a Manhattan, acquista una discreta notorietà per aver progettato il cappellino a tamburello che la first lady Jacqueline Kennedy ha indossato all’inaugurazione della presidenza del marito nel 1961. Purtroppo, cambiando la moda in fatto di acconciature (la cotonatura), lo stilista si vede costretto a reinventarsi, iniziando così la lunga scalata verso la fondazione di una casa di moda col suo nome. Come primo passo decide di aprire una boutique a Madison Avenue grazie ai finanziamenti delle ricche signore dell’aristocrazia newyorkese. Qui rafforza il suo rapporto con la modella Elsa Peretti (Rebecca Dayan), il costumista/scenografo Joe Enula (David Pittu) e l’allora vetrinista (e poi regista) Joel Schumacher (Rory Culkin). Una sera, alla fine degli anni Sessanta, Halston fa la conoscenza della già nota Liza Minnelli (Krysta Rodriguez) con la quale, dopo averle creato il primo di una lunga serie di abiti su misura, instaurerà una forte amicizia (diventando di fatto la sua musa principale).

La svolta arriva quando Eleanor Lambert (Kelly Bishop), una delle più famose addette americane alle pubbliche relazioni nel campo della moda, gli fa conoscere il magnate David J. Mahoney (Bill Pullman), interessato ad espandere il proprio impero industriale nel settore dell’abbigliamento. Nel frattempo, sempre grazie a Lambert, lo stilista partecipa alla storica battaglia di Versailles del novembre 1973: Stati Uniti (Halston, Anne Klein, Bill Blass, Stephen Burrows, Oscar de La Renta) contro Francia (Hubert de Givenchy, Emmanuel Ungaro, Pierre Cardin, Yves Saint Laurent, Marc Mohan per la Maison Dior) per racimolare soldi utili al restauro della reggia di Luigi XIV. La sfilata di Halston si rivela un vero e proprio successo – senza precedenti per quanto riguarda la moda americana, da sempre considerata un gradino sotto rispetto a quella francese – e questo gli permette di diventare la firma più importante e rappresentativa degli anni Settanta.

Pur essendo un progetto nato appositamente per rinverdire la memoria di uno degli stilisti americani più importanti del secondo Novecento (oggigiorno il suo nome non è così conosciuto tra i comuni mortali), si fatica a trovare nei cinque episodi di Halston il genio creativo del suo protagonista. Complice un Ewan McGregor in precario equilibrio tra immedesimazione e parodia, tra sofferenza esibita e isteria incontrollata, in aggiunta allo sfiancante stile camp delle produzioni firmate da Ryan Murphy, la ricostruzione storica della vita artistica e privata di Halston è una classicissima biografia a tappe obbligate (l’ultrasuede, il profumo, la promiscuità, il divismo, la cocaina, l’aids) che non riesce a celare l’assenza di uno sguardo critico all’altezza: manca quel punto di vista capace di ampliare lo spettro dell’indagine, scavare nelle pieghe dell’immaginario collettivo e trovare i possibili collegamenti con la nascita (e morte) di un’icona.
La serie si anima solo dei vezzi caratteriali del personaggio e non della persona, che purtroppo rimane sotterrata dalla curiosità per i co-protagonisti più famosi (su tutti la Minnelli di Rodriguez), dai vaghissimi riferimenti storici (una New York LGBTQ inspiegabilmente mal rappresentata), dall’onnipresente colonna sonora, dagli slow-motion anche troppo enfatici, dalle improbabili frasi ad effetto. È come se gli autori, dichiaratamente intenzionati a creare una sorte di behind-the-scenes, non fossero stati in grado di guardare oltre il fascino austero ma glamour della maschera di Halston (dolcevita, occhiali da sole neri, capello pettinato all’indietro), quella che, all’inizio della della sua carriera (episodio 2), decise di costruirsi per animare il discorso giornalistico e il necessario chiacchiericcio dell’alta società americana, l’unica che in fin dei conti poteva permettersi le sue creazioni (alla stregua di un Andy Warhol con cui frequentava il noto Studio 54).

L’unico episodio degno di nota è il terzo. Halston deve collaborare con una creatrice di profumi interpretata da Vera Farmiga. Lei, come in veste di psicoterapeuta, gli chiede di portarle tre odori-chiave connessi a tre diversi ricordi; oltre ai soliti traumi infantili, lo stilista mette in gioco il sesso, motore/ossessione/malattia (per via dell’aids) di tutta la sua produzione e di conseguenza, almeno nella visione di Murphy, della sua vita. Tutto riguarda il sesso (praticato, immaginato, abusato, filmato, ostentato) nell’arte di Halston, dal materiale ultrasuede, che gli ricorda la pelle sudata di un amante, al profumo “Halston”, che dovrebbe evocare i piaceri di una notte di passione (magari “proibita”, dato il periodo). Viene da pensare quindi che la potenza del marchio Halston, al tempo, sia stato proprio l’aver portato quel tocco di trasgressione (inconscia) nella vita matrimoniale americana tradizionale, benestante, bianca, eterosessuale, puritana. Per questo motivo la serie avrebbe dovuto spingere ancora di più sul versante della provocazione, dello scandalo, dell’erotismo. Invece, come già detto, tutto rimane incastrato nel mondo delle suggestioni e delle produzioni pop (quindi accessibili) di Netflix.
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