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Il 27 novembre del 1989, un lunedì, i Nirvana suonano al Piper di Roma. Locale mitico, per una band che di mitico in quel momento non ha ancora nulla. Il trio di Aberdeen è solo uno dei tanti gruppi di capelloni con jeans sdruciti e chitarre di recupero che da un anno o poco più hanno cominciato a sbucare fuori dal Nordovest americano. Quella di Seattle – per definirla qualcuno spende già quella parolina maledetta, quella che inizia con g” – è solo un’altra scena che va ad aggiungersi a quelle di cui vagheggiavamo noi fedelissimi chierici del rock underground (lo si chiamava così, allora: l’alternativa era il più semplice “punk”, che andava sempre bene, i più smaliziati utilizzavano “indie” mentre “alternativo” sarebbe entrato in voga più tardi, quando tutto in realtà era già diventato fin troppo over-ground), ovvero quel circolo carbonaro di appassionati che compravano dischi di importazione e leggevano le recensioni d Claudio Sorge su Rockerilla (così si chiudeva quella di Bleach: “il manifesto dell’hard rock moderno che apre ufficialmente gli anni 90. Inchinatevi”).

Al Piper ci sono comunque 300 persone: oggi probabilmente sarebbero meno di un terzo, ma per quell’epoca in cui la fame di concerti – di quei concerti – era altissima non si tratta esattamente di una folla oceanica. Kurt Cobain a un certo punto sparisce dal palco: Krist Novoselic inizia a sbattere il basso per terra al ritmo della batteria di Chad Channing, lo tira per aria e lo riprende al volo ammaccandosi una spalla. Che cazzo sta succedendo? Il meglio, o il peggio, deve ancora arrivare: Kurt torna in scena, sfascia la chitarra, si arrampica sulle casse, con un brandello della chitarra cerca di rompere la palla luminosa del locale e alla fine sembra volersi buttare di sotto. Intervengono promoter e security e in qualche modo si evitano ulteriori danni. Jonathan Poneman – che ha assistito al concerto insieme a Bruce Pavitt: i due tenutari della Sub Pop si erano precipitati in Italia da Seattle allarmati dalle notizie sull’incipiente esaurimento nervoso di Cobain – porta il suo protetto a farsi un giro per farlo sbollire e alla domanda su cos’è che lo ha fatto sbroccare Kurt risponde: “guardavo i volti del pubblico, e vedevo le facce di chi mi picchiava a scuola”.

Se si può individuare un momento centrale e particolarmente rivelativo di Rome as You Are, il documentario che racconta le date romane dei Nirvana (la seconda è quella del novembre 1991 al Teatro Castello; alla terza, la più drammatica, del febbraio 1994 si accenna mestamente in chiusura), forse è proprio questo. Perché dice molto di Cobain, ma anche del ruolo che, nel bene e nel male, ha in qualche modo giocato la città eterna nella storia della band di Aberdeen. A riportarci in quei giorni e in quei luoghi è Daniela Giombini, che del film è autrice insieme a Tino Franco, purtroppo venuto a mancare nel 2023, e Marco Porsia.

In Rome as You Are (titolo arguto e azzeccato) Daniela non è solo voce narrante, ma co-protagonista. Il documentario è anche la sua storia. In quegli anni, giovane appassionata di rock indipendente, si era lanciata con il coraggio e l’incoscienza che solo qualcuno fulminato dal punk poteva avere in un mestiere che definire rischioso è un eufemismo: quello di tour manager e booking agent. Prima donna a farlo in Italia, in un mondo se possibile ancora più maschio-centrico e sessista di quello odierno. “Le donne all’epoca al massimo facevano le manager, che in fondo è un lavoro materno”. Lei, invece, sta con i ragazzi della band. Delle band. Il meglio del rock sotterraneo di allora, che Giombini con la sua Subway Productions porta in Italia. A darle l’idea era stato Damien Lovelock dei Celibate Rifles.

Uno dei primi gruppi per i quali organizza un tour sono i Fortunate Sons, band inglese formata da ex membri dei Barracudas, che pensano bene di sfasciare la camera d’albergo. I cinque milioni ereditati dal padre con cui ha potuto iniziare l’attività se ne vanno già in risarcimenti. Ma Daniela non si perde d’animo, insiste e avendo le antenne dritte si concentra su quello strano fenomeno nato nello stato di Washington. Inizia con gli Screaming Trees, poi arriva il double feature composto, appunto, da Tad e Nirvana.

Il resto è storia. Con la S maiuscola, almeno se si parla di rock indipendente. Una storia che riviviamo attraverso il racconto di Giombini – candido, immediato, a tratti ironico ma mai distaccato – e il materiale fotografico e visivo che con mentalità da scrupolosa archivista ha conservato. Le istantanee e i filmati sgranati con la band, i fax scambiati la Sub Pop, le fatture, i pass, i poster, i biglietti. E, naturalmente, i ricordi di prima mano. I suoi, e quelli del vecchio amico Bruce Pavitt, invitato a Roma per un tour della memoria che fortunatamente non diventa pretesto per un mero esercizio nostalgico – peraltro ne avrebbero tutti i diritti, sia lui che Giombini – ma veicolo di aneddoti e insight di volta in volta teneri, drammatici e in diversi casi illuminanti.

Elegante e compassato, con il suo cappello e la sua camicia a quadri grunge d’ordinanza, il fondatore della Sub Pop torna al Piper, nel negozio di strumenti in cui ricomprò la chitarra a Kurt il giorno dopo dando fondo al budget che aveva in tasca (“durò esattamente un mese, poi sfasciò anche quella”), nell’albergo che li ospitò nel ’91, con il figlio del proprietario che ricorda l’astronomico extra in telefonate transcontinentali tra Cobain e Courtney Love. Davanti al Colosseo, dove scattò una delle foto più belle e naturali di Cobain (quella in cui posa sotto una croce), ricorda di quando un po’ per scherzo e un po’ perché forse ci credeva davvero disse a Kurt che un giorno avrebbero suonato in qualche Colosseo contemporaneo davanti a cinquantamila persone. Quella giornata da turisti a Roma, Pavitt lo sottolinea più volte, fu essenziale nel ridare fiducia a quel ventiduenne sperduto, problematico e geniale che solo il giorno prima aveva fato di tutto per sabotare il proprio futuro.

Due anni dopo a vedere i Nirvana non furono in cinquantamila, ma fu il caos comunque. Da qualche settimana era deflagrata la bomba Nevermind, sfortunatamente i locali italiani per i concerti della band erano stati fissati prima. Al Teatro Castello di Roma saranno settecento dentro e almeno un migliaio fuori. L’espressione di Daniela Giombini mentre ricorda quel momento assolutamente pazzesco mostra ancora i segni dell’incredulità. La sua, quella dei giornalisti e operatori intervistati – Federico Guglielmi, Massimo Bernardi, Federico Fiume, Giancarlo De Chirico – e in fondo di tutti coloro, che fossero a Roma o no quel giorno, vissero in diretta quello spartiacque musicale e culturale.

Era cambiato tutto. Avevamo vinto, come scrisse Gina Arnold. Ma allo stesso tempo avevamo perso qualcosa che non avremmo potuto riavere indietro (l’innocenza, forse), e nessuno più di Kurt Cobain se ne rese conto fin da subito. Poco più di due anni dopo, quando nel febbraio del 1994 torna a Roma – il concerto al Palaghiaccio sarà l’ultimo della band in Italia – è un’anima persa, mille volte più di quando sfasciava la chitarra al Piper. Il resto della storia lo conosciamo: il ricovero in coma, l’appuntamento con l’irrevocabile soltanto rimandato. Secondo Pavitt, ciò che accadde avrebbe lasciato un danno psicologico definitivo in Kurt, innescando il processo che avrebbe portato a quel maledetto 5 aprile. Di nuovo Roma sfondo per una sliding door, questa volta in negativo. In quel momento anche Daniela Giombini è già da un’altra parte, avendo abbandonato il lavoro da tour manager e booking agent. Perché non riesce più a starci dietro, perché si è fatta due conti, ma anche perché appunto i tempi sono cambiati. Il rock indipendente non è più indipendente. E i fax, le lettere e le strette di mano tra appassionati non bastano più. Ora c’è l’industria di mezzo. Avevamo vinto, ma avevamo perso.

A distanza di trent’anni si percepisce ancora in Giombini e Pavitt l’affetto, non mediato dal mito, per la figura di Cobain. Il taglio del documentario è artigianale, come del resto è giusto che sia: perché questa, nonostante i 70 milioni di copie vendute da Nevermind, è comunque una storia indie-rock. C’è un momento particolarmente significativo, che non c’entra nulla con i Nirvana. È quando Daniela e Bruce si scambiano copie delle rispettive fanzine che pubblicavano negli anni 80: Subterranean Pop quella di Pavitt, Tribal Cabaret (tra l’altro da qualche tempo tornata in vita) quella di Giombini. Casualmente, nella seconda c’è una foto a tutta pagina dei Tuxedomoon mentre nell’altra, in una classifica di album new wave appena usciti, campeggia al primo posto Half-Mute proprio dei Tuxedomoon. Ecco, era tutto lì. Il riconoscersi, i fili della stessa passione che legavano persone a un oceano di distanza, i tempi più dilatati e umani, la voglia di diffondere informazioni su una musica e una sotto-cultura che potevano anche cambiarti la vita.

Un altro mondo. Ma per fortuna il documentario si conclude con una apertura sul presente e forse sul futuro, quello di chi è nato vent’anni dopo quei giorni. Un incontro toccante che lasciamo a chi vedrà Rome as You Are il piacere di scoprire. E che avrebbe, ne siamo sicuri, strappato un sorriso anche a Kurt.

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