Nirvana – When in Rome… ovvero quando i Nirvana morirono (e risorsero) nella Capitale
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Antonio Pancamo Puglia
- 8 Dicembre 2022
“Devi mo-riiii-re!”. L’incauto spettatore che, al minuto 38 del video più in basso, rivolge goliardicamente a quell’allora semi-sconosciuto cantante e chitarrista il più classico dei cori da stadio, non può certo immaginare che il destino, in un giorno ancora lontano da quel 27 novembre 1989, lo avrebbe beffardamente accontentato, e nel più infelice dei modi. E poi figuriamoci: chi poteva dirlo che quel biondo ragazzo americano, trasandato, sporco, vestito male e dal colorito grigiastro sarebbe diventato – suo malgrado – un mito senza tempo, proprio facendo quel che prima o poi facciamo tutti: morire? Ovviamente, l’avventore italiano non intendeva in senso letterale: stava solo inviando all’artista il debito malaugurio per aver suonato poco meno di mezz’ora interrompendo lo show sul più bello, arrampicandosi poi su una colonna dell’amplificazione del Piper a far scenate invece di suonà, ’tacci sua. Il problema è che Kurdt Kobain – così è accreditato nel retro di copertina di Bleach, uscito qualche mese prima – in quel momento, a Roma, sporgendosi da quella pila di casse, vuole davvero morire.
I Nirvana erano giunti all’ennesima tappa del loro primo tour europeo in assoluto, la trentunesima per la precisione e la seconda nel Bel Paese; la sera precedente erano stati al Bloom di Mezzago, dove tutto era andato più o meno liscio… o meglio, più o meno come tutte le altre volte a partire dal 23 ottobre, a Newcastle. Kurt, Krist e Chad (Channing; Jason Everman, che pure appare in copertina, era già stato estromesso in estate) fanno ormai la stessa vitaccia da poco più di un mese, spostandosi su e giù per il vecchio continente a bordo di un malandato furgone Fiat insieme ai membri dei Tad, loro compagni di etichetta e di tournée. L’obiettivo è di far conoscere da questa parte dell’oceano il suono della Sub Pop (non ancora noto come grunge; i giornali nostrani come Il Mucchio Selvaggio, scrivendo di quei concerti, parleranno di “nuovo rock”, individuando nei Tad, peraltro, la principale tra le due band…), confidando specialmente nel pubblico e nella stampa inglese, vero target della missione.
Il programma approntato dai capoccia dell’etichetta, Bruce Pavitt e Jonathan Poneman, è disumano: prima del Piper ci sono stati soltanto cinque – cinque! – giorni off, poi sono previsti altri cinque concerti fino al gran finale, il 3 dicembre all’Astoria di Londra. Totale: trentasei date in quarantadue giorni. Tutto sommato fattibile, come no! Se si eccettuano stanchezza, abuso di alcol e/o altro, privazione del sonno, freddo, pessimo cibo, nostalgia di casa, condizioni igieniche precarie (sono in undici, su quel furgone fiat, road manager incluso), stress fisico e mentale oltre ogni immaginazione. L’agenda è così serrata che si arriva direttamente sul posto, senza passare dall’albergo: si montano gli strumenti, si fa il soundcheck, si suona, si smonta, si va a dormire (poco e male), si riparte l’indomani mattina. Ogni giorno.
Eppure, tra i problemi cronici di diarrea del già corpulento Tad Doyle (basti dire che in suo onore il titolo originario di Breed era… Imodium), appassionati di riviste di coprofagia e altre cose indicibili, qualche volta si riesce anche a fare un buono show, come quello a Berlino nei giorni della caduta del muro, ad esempio. Il più delle volte, però, si arriva annoiati e stanchi e si suona alla meno peggio, distruggendo alla fine i già malandati strumenti più per reale frustrazione e disagio che per spirito punk-rock. In tutto questo Kurt, quando non spedisce cartoline alla sua Tracy (Marander, quella di About A Girl), dorme tutto il tempo, in uno stato di isolamento sensoriale, emotivo e sociale. Non è ancora un eroinomane, ma la sua fragilità è impossibile da nascondere. Tanto da deflagrare per la prima volta sotto gli occhi di tutti, quella sera a Roma.
Come evidente dai documenti audio e video, alla fin fine lo spettacolo di “nuovo rock” dei Nirvana al Piper non è malaccio: accanto ai classici deliziosamente rozzi di Bleach spuntano in scaletta chicche come Dive, Polly e Breed; i tre suonano nella giusta misura di scazzo, violenza e scalcagnata approssimazione (i giorni della precisione tellurica e assassina di Grohl sono ancora lì da venire, ma questi Nirvana hanno tutto un loro fascino) e, a un certo punto, Novoselic si lascia anche andare a un bel bestemmione, tra i prevedibili apprezzamenti dell’uditorio.
Dopo le prime battute di Spank Thru, Kurt sfascia irrimediabilmente la sua Hagstrom e sale in piedi sulle casse tra gli applausi confusi e i già discussi improperi degli astanti. Di per sé, un cantante americano sballato che dà di matto durante un concerto non è una cosa a cui fare troppo caso, in un contesto alternativo (anche se la parola ancora non esiste, non come la conosciamo). Ma noi adesso sappiamo, con l’aiuto del senno di poi, che non è stato un semplice colpo di testa. Qualcosa si è rotto. C’è chi pensa che l’arrivo quel giorno di Poneman e Pavitt in aereo possa avere esacerbato ulteriormente gli animi delle band già provate dalla massacrante routine, ma la verità è che il sistema nervoso di Cobain sta crollando lì, dal vivo, su un palco della Capitale.
Oltre all’apparente tentativo di autolesionismo, alcune testimonianze riportano anche di una sedia lanciata al pubblico (lo riferisce Michael Azerrad nella biografia ufficiale Come As You Are, ma il filmato smentirebbe il fatto) e di microfoni distrutti nel backstage, dopo aver sentito qualcuno che si lamentava del fatto che li avesse danneggiati durante lo spettacolo. “Adesso sono rotti”, avrebbe detto Kurt, aggiungendo poi, a detta di Pavitt: “non voglio suonare per questa gente, sono solo dei fottuti idioti che si aspettano che arrivi e mi esibisca come un animale ammaestrato. Voglio lasciar perdere la musica. Non è questo quello che avrei voluto fare”. Ricorda qualcosa?
No, quella sera Cobain non morì, né fisicamente lanciandosi da una colonna di casse né artisticamente abbandonando la musica. Morirono, anche solo per una notte, i Nirvana. Di fatto, la band si sciolse quella sera. Novoselic e Channing andarono via in furgone con gli altri. Kurt voleva solo prendere un aereo e tornare a casa, da Tracy, e chiudere con tutto. Anni dopo, Pavitt avrebbe ricordato nel suo libro fotografico Experiencing Nirvana (pubblicato nel 2013 da Arcana con il titolo In viaggio con in Nirvana – Il grunge in Europa. 1989) come, in retrospettiva, avrebbe preferito non dare i Nirvana al mondo e mettere il loro fragile cantante su un aereo per l’America.
E invece, la storia continuò il suo corso implacabile a partire dall’indomani, con una normale giornata da turisti nella Città Eterna, immortalata per i posteri dalla macchina fotografica di Pavitt. Il Colosseo (scherzando se i Nirvana avrebbero mai suonato in un posto tanto grande…), i Fori Imperiali, il Vaticano. Un negozio di strumenti nel rione Monti, dove fu comprata una chitarra nuova. Perfino la visita notturna di un ladro che si portò via il passaporto e il portafoglio (nascosti in una scarpa…) di tal Kurt Donald Cobain, nato a Aberdeen, Washington il 20 febbraio 1967, professione: futura rockstar (suo malgrado). E infine un cappuccino alla stazione Termini la mattina del 29, prima di prendere il treno per Ginevra, da dove il tour sarebbe ripartito e tutto sarebbe andato avanti per come doveva andare, incluso il previsto trionfo all’Astoria insieme ai Mudhoney, che li avrebbe consacrati agli occhi della già adorante stampa inglese come i nuovi salvatori (o distruttori/assassini?) di quella cosa chiamata rock.

E poi, nel futuro, quelle altre volte a Roma: il 19 novembre 1991 al Teatro Castello, il 22 febbraio 1994 al Palaghiaccio e, last but not least, il 4 marzo 1994 (Courtney Love, una camera d’albergo, una bottiglia di champagne e molte, molte pillole), prova generale per il gran finale in aprile. No, anche se ci sforziamo di leggerlo nel suo contesto originario, quel “devi mo-riiii-re!” non suona affatto goliardico. Nemmeno un po’.
