Recensioni

Nel corso degli anni Jérôme Reuter, dal 2005 attivo sotto la sigla Rome, ha sempre proposto una musica affascinante quanto densa di contenuti e riferimenti letterari e storici, evolvendosi da un martial-folk, debitore verso gruppi come Death in June e Der Blutharsch, sino ad un personale dark folk/cantautorale riconoscibile e originale. Nel 2014 Rome torna dopo due anni di assenza (quasi un record per il prolifico musicista lussemburghese, che ci aveva abituato ad un album all’anno) con un concept sulla storia della Rhodesia, colonia ribelle dell’impero britannico che prese il nome dal politico britannico Cecil Rhodes. Si tratta di un lavoro che infila il dito in una piaga della Storia (come dovrebbe fare questo genere di musica), una vicenda tragica e poco conosciuta: una generazione di bianchi in Africa combatté strenuamente per una causa persa, accecati dal pregiudizio e dal desiderio di vivere in quello che loro credevano un luogo per una vita migliore; un sogno che presto si rivelò un incubo.
A Passage To Rhodesia è un grande affresco sugli eventi storici dell’ex-colonia che, nel 1965, tentò di rendersi indipendente dalla Gran Bretagna, sotto la guida di Ian Smith e del suo partito, il Rhodesian Front, che nel 1962 conquistò la maggioranza in parlamento. Sotto la spinta dell’influenza britannica e statunitense il mondo rifiutò di riconoscere il nuovo stato rhodesiano (in quanto responsabile di un sistema di apartheid), il quale ottenne l’appoggio economico e militare solo di Sudafrica, Portogallo e pochi altri. Tutto ciò portò ai tragici eventi della guerra civile: la famigerata Rhodesian Bush War, che vide contrapposti la fazione bianca della colonia ribelle, guidata da Ian Smith, e i guerriglieri ZANU e ZAPU di Robert Mugabe (futuro dittatore sanguinario dello Zimbabwe, uno Stato parte del territorio dell’ex-rhodesia “liberata”) e Joshua Nkomo. Questi ultimi erano finanziati e sostenuti dall’URSS, in un clima da spartizione del mondo da Guerra Fredda, ma appoggiati anche dalla Gran Bretagna e da molti paesi Occidentali che vedevano nella Rhodesia una pericolosa anomalia nel continente africano, nonché un vero intralcio per i loro affari con i futuri politici africani, facilmente corrompibili dal vile denaro.
Inquadrato l’album nel periodo storico in cui viene ambientato (ma la situazione sembra echeggiare anche in alcune vicende contemporanee), notiamo come Reuter sia riuscito a creare, con le sue canzoni, una sorta di affresco corale a più voci, un “discorso indiretto libero” bipolare pieno di registrazioni d’epoca che compaiono come fantasmi (Hate Us and See If We Mind), in cui il suo martial-folk incarna la voce del fanatismo rhodesiano (One Fire e Hate Us and See If We Mind) mentre la sua anima più cantautorale funziona come la voce della coscienza di un popolo che ammette la sconfitta di un’impresa disperata, votata al discredito da parte della Storia. The Ballad of the Red Flame Lily è emblematica da questo punto di vista: si tratta di una bellissima e malinconica ballata il cui il musicista, come sua abitudine, dona voce ai reduci della guerra, agli sconfitti della Storia. Si cammina tra i fallimenti degli uomini, in una giungla oramai in fiamme, mentre ci si continua a ripetere “And it will shame us now (It was wrong)” (“…e ciò ci farà vergognare. È stato un errore”).
Se in One Fire, uno dei brani più travolgenti dell’opera, si afferma la dura corsa verso la battaglia – “one fire fights one fire” (“Un fuoco si combatte con il fuoco“) -, in The River Eternal assistiamo, invece, ad un delicato spoken-word su cupi archi che ci mostra la dura realtà di una guerra da incubo, un conflitto che ha distrutto e diviso il Paese e che sembra non finire mai: “Into the glowing darkness / We travel the shining black serpent / That plugs us straight into the heart of this nightmare / At the end of this river is the end of this war” (“Dentro un’oscurità radiosa, noi siamo trasportati da un brillante serpente nero che ci porta dritti nel cuore di questo incubo. Al termine di questo fiume c’è la fine di questa guerra”). In questo brano Reuter sembra richiamare direttamente alcune pagine di Heart of Darkness (Cuore di Tenebra) di Joseph Conrad.
Il disco si apre con un brano strumentale, Electrocuting an Elephant, memore delle passate sonorità martial-industrial di Rome, ma con un senso di greve e plumbeo presagio per quello che accadrà in Rhodesia, e si conclude con The Past Is Another Country, dove sentiamo la registrazione di una vecchia e rovinata incisione di un pezzo anni sessanta con un coro femminile che appare, nel contesto, decisamente inquietante. L’anima del cantautore di razza, invece, esce fuori in brani melodici, raffinati quanto tristi e melanconici, come A Country Denied e Lullaby for Georgie, continuando sulla scia degli ultimi lavori realizzati dall’artista.
Il disco è uscito per la label tedesca Trisol, finora solo nella forma di un CD-Boxset limitato a 1000 copie che contiene, oltre all’album principale, un secondo CD dal titolo House of Stone – con solo brani strumentali martial-industrial old school (un po’ sulla scia dei primissimi lavori usciti su Cold Meat Industry) impreziositi da campionamenti di registrazioni d’epoca -, un 10″ pollici con due tracce inedite (Braai The Beloved Country e My Traitor’s Heart), un DVD con tre videoclip diretti dal regista Claudio Roberti (This Silver Coil e Amsterdam, The Clearing, tratti dal suo album precedente, e il video di Hate Us And See If We Mind, brano di questo suo ultimo lavoro). Il DVD contiene anche una lunga e approfondita intervista a Jérôme Reuter. Come se non bastasse, il boxset racchiude anche due poster, una busta di cartoline, una moneta e un certificato d’autenticità firmato dall’artista. Una vera e propria sfida al mercato discografico in crisi, visto anche il prezzo alto del boxset che si aggira sui cento euro circa.
Una scommessa sicuramente rischiosa, ma bisogna ricordare che Reuter è un’artista che, nel corso degli anni, è riuscito a crearsi uno stile, una reputazione e uno zoccolo duro di fan e appassionati. In questo suo ultimo lavoro i poster e le cartoline non sono solo dei semplici accessori per collezionisti feticisti, ma un modo per entrare meglio nel mondo che Rome evoca con la sua musica. Che il futuro di un certo tipo di musica – con contenuti profondi e alternativi al pensiero dominante – passi da qui e non dalle sirene della smaterializzazione via internet? Quel che è certo è che A Passage To Rhodesia è un ottimo lavoro, uno dei migliori della discografia di Rome, grazie anche ai testi e alla cura nell’ambientazione del lavoro, elementi che riescono a fare la differenza rispetto ad altri lavori in ambito neofolk.
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