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Dopo il viaggio fino ai confini del cosmo dei Plaid e l’inedito dialogo tra il dark ambient ed il metal concepito da Ben Frost, gli eventi del Roma Europa Festival dedicati alla musica elettronica si avvicinano al termine. Prima del concerto di Alva Noto assieme all’Ensemble Modern previsto per il quattro novembre, il testimone passa in mano all’italianissima Caterina Barbieri, una delle artiste dell’underground nostrano più stimate nei circuiti festivalieri esteri. La musicista porta dal vivo uno spettacolo intitolato proprio come il suo penultimo disco in studio, Spirit Exit, un lavoro registrato durante il periodo pandemico ed uscito per la sua etichetta Light-Years ad un anno di distanza da Myuthafoo. Abbandonate momentaneamente le sale Petrassi e Sinopoli dell’Auditorium Parco della Musica, la suggestiva cornice che ospita la performance questa volta è il Teatro Argentina, edificio costruito nel cuore del centro storico romano nel lontano 1732. La data in questa tanto splendida quanto esclusiva venue, neanche a dirlo, è giocoforza sold-out.

Pochi minuti dopo le 20:00 la musicista di stanza a Berlino appare da dietro un telo di plastica che viene utilizzato per proiettare i giochi di luce arditi dai suoi due collaboratori, lo scenografo Marcel Weber MFO e il video artist Ruben Spini. Mentre cammina nella penombra in direzione del suo minimale set-up modulare, la prima cosa che cattura lo sguardo è una sorta di esoscheletro meccanico indossato sul braccio destro. Un outift, questo, che si sposa perfettamente con l’avanguardistica estetica postumana e fantascientifica della produzione della musicista bolognese. Il fumo comincia ad uscire dalle macchine posizionate sul palcoscenico e avvolge la silhouette dell’artista in una vaporosa perturbazione visiva, mentre sul telo alle sue spalle scorrono astratte immagini cosmiche.

La scaletta del live rielabora soprattutto i brani di Spirit Exit, utilizzandoli, però, solamente come canovacci. Infatti, l’ordine di esecuzione differisce da quello dell’album in studio, così proprio come gli arrangiamenti, e non mancano neppure brevi incursioni verso altri dischi, come con Pinnacles of You di Ecstatic Computation (2019). Il massimalismo sonoro dell’opera ispirata alla figura di filosofe e mistiche come Santa Teresa D’Avila, Rosi Braidotti e a Emily Dickinson viene abbandonato: le voci, ad esempio, vengono quasi totalmente eliminate, mettendo così maggiormente in risalto i pattern melodici e minimalisti generati del sequencer manipolato in presa diretta. Le composizioni, in questa inedita forma, ricordano tanto i Tangerine Dream più cinematografici quanto la filosofia della musica non-build-up sostenuta da artisti quali Lorenzo Senni (entrambi i volti degli artisti, non a caso, sono apparsi nei visual del recente concerto di Aphex Twin a Verona). Slanci utopici si alternano a oscuri tunnel in cui la tecnologia sembra avere la meglio sull’essere umano: nei quasi novanta minuti di set la musicista traghetta i presenti verso galassie lontanissime che si giustappongono con l’architettura barocca del Teatro Argentina.

I brani fluiscono l’uno dentro l’altro senza soluzione di continuità, dando vita, così, ad un’esperienza multisensoriale che cattura e ipnotizza il pubblico. Uno l’encore concesso: dopo essersi tolta l’esoscheletro, la musicista esegue Terminal Clock mentre i laser e le luci virano verso sfumature (profondamente) rosse. Il brano si discosta dal misticismo meditativo di ciò che è stato suonato sinora, avvicinandosi, solamente per pochi minuti, a inedite sfumature techno in quattro quarti.

A differenza della deludente esibizione del duo FrostKubacki di una settimana prima, la performance di Caterina Barbieri convince i presenti che abbandonano uno dei teatri più belli della Capitale ancora storditi dagli echi cibernetici del suo sintetizzatore modulare. Chissà se gli androidi che sembrano popolare l’immaginario musicale ed estetico dell’artista italiana sognano pecore elettroniche.

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