Recensioni

Seguire Sarah Davachi negli ultimi anni ha richiesto una certa dose di impegno. Nell’arco di un tempo relativamente breve, la compositrice canadese ha realizzato opere molto diverse tra loro, talvolta, come nel caso della collaborazione con il Quatour Bozzini in Long Gradus, impegnative sul fronte della durata. Ci ha portato alla riscoperta del temperamento mesotonico tipico del periodo rinascimentale e barocco (The Head As Form’d In The Crier’s Choir e Two Sisters), ha flirtato con una forma lasca di ambient mentre allargava la propria cultura delle microvariazioni tonali sugli organi antichi (Cantus, Descant), ha esplorato il rapporto tra organo ed elettronica in un linguaggio sempre più personale (Figures In Open Air) che si è fatto sempre più personale e unico nel panorama della musica di ricerca attuale.
Non si tratta di una premessa per mettere le mani avanti, come succede con altri compositori e compositrici di ricerca, per dire che la fatica è parte del viaggio di conoscenza delle loro opere. Perché una delle caratteristiche della musica di Davachi, qualsiasi forma abbia preso in questi anni, è che non è mai stata di difficile digestione. Sicuramente fuori dal tempo e dalla fruizione della musica più commerciale di oggi, anche quella più ricercata e engagé, ma mai ostile od ostica. Ha solo richiesto un minimo di curiosità e di apertura di orecchi per cogliere e apprezzare tutti quei micro-eventi armonici, timbrici, melodici che avvengono spesso in slow motion dentro alle sue composizioni. Ma la pazienza ha sempre ripagato, all’interno di una naturale oscillazione di qualità, con soddisfazioni consistenti, che sembrano parlare al nostro cervello di ascoltatori e ascoltatrici di musica su un piano più profondo, come se Davachi in parallelo alla propria ricerca sonora, timbrica e storica, avesse portato avanti la ricerca di una chiave per luoghi ancestrali del nostro essere umani.
The Will of Tongues è la perfetta summa di questo lungo percorso. In oltre due ore di composizioni, la musicista canadese mostra una continuità e una contiguità impressionanti tra i suoi interessi musicali: organi antichi, strumenti a fiato (soprattutto legni) e ad arco, voci e, soprattutto, riverberi naturali che progressivamente entrano in vibrazione armonica con il nostro elemento spirituale. Perché i brani del nuovo album, come capita spesso a quelli di Davachi, odorano di incensi, degli echi marmorei delle chiese più o meno grandi in cui registra le parti di organo, parlano la lingua del canto rinascimentale, ma rimandano allo stesso tempo a un minimalismo quasi psichedelico di scuola americana che si allontana sempre più da rigide prescrizioni compositive (pensiamo a Terry Riley) per lasciare spazi ampi, campi lunghi e linee armoniche che mirano all’orizzonte in un contesto, però, che non rinuncia mai alla giusta dose di oscurità: medievale, misteriosa, come di un perenne crepuscolo oscurato da nubi lattiginose.
In questo contesto, come dice la stessa autrice e come ribadisce il titolo del disco, quando una voce emerge, come nelle composizioni vocali di The Will of Tongues, è impossibile ignorarla. Pur senza riuscire a comprendere di primo acchito che cosa stia letteralmente dicendo, è chiara la “volontà” della lingua, il senso di un discorso che deve essere detto, che deve essere ascoltato, come di un profeta nel deserto di biblica memoria. Inoltre, su questo piano compositivo, c’è una chiara manipolazione di Davachi dello spazio-tempo che guarda al surrealismo. Viene facile pensare agli orologi che colano sul bordo del piano dei dipinti che abbiamo visto mille volte. Ma il riferimento esplicito è a Les attitudes spectrales di André Breton, il poema surrealista del 1926 da cui Davachi ricava e ricompone frammenti di testo, che comincia così: “Je n’attache aucune importance à la vie / Je n’épingle pas le moindre papillon de vie à l’importance / Je n’importe pas à la vie / Mais les rameaux du sel les rameaux blancs” (“Non attribuisco alcuna importanza alla vita / Non attribuisco importanza nemmeno alla più piccola farfalla della vita / Non mi importa della vita / Ma dei rami di sale, i rami bianchi”). Ecco l’olocene, l’antropocene, la crisi climatica e ambientale, la sconfitta dell’Occidente, la fine della fine della storia che si condensano in un disperato richiamo all’ascolto: impegnativo, a tratti disturbante, ma capace di aprire nuovi squarci di consapevolezza su piani diversi da quelli di un razionalismo capitalistico che ha condotto esattamente qui.
Amazon
