Recensioni

Al netto di But You Caint Use My Phone, mixtape di cover, riarrangiamenti, pezzi inediti e reinterpretazioni, Erykah Badu mancava all’appuntamento discografico dal 2010, ovvero dalla seconda parte di New Amerykah Part Two: Return of the Ankh. Lì si era circondata di produttori come Madlib ma anche, tra gli altri, James Poyser, Shafiq Husayn e 9th Wonder, recuperando una produzione postuma di J Dilla e mantenendo comunque salda la guida del progetto, sia a livello sonico sia attraverso percussioni, programmazione e arrangiamenti.
Ora per Before The World Blows: The Abi and Alan Experiment sceglie The Alchemist, dacché come aveva ammesso al suo storico collaboratore Cold Cris aveva sempre desiderato rappare sopra The Realest dei Mobb Deep, un pezzo magnetico tutto giocato in sottrazione: una scarna base boom bap imbastita su un solitario campione soul looppato, un paio di battute che girano su se stesse, con kick e snare aggiunti in seguito a completarla. Quel pezzo in scaletta diventa Next 2 U ed è sostanzialmente lui, con una differenza decisiva: Badu lo capovolge. Dal pericolo si passa alla relazione, dalla strada all’intimità, dalla diffidenza alla fiducia. Le barre sono altrettanto essenziali, smalti soul a raccontare una mitologica cotta adolescenziale.
Proprio come la Part Two del fondamentale dittico New Amerykah, iniziato con il più sperimentale 4th World War, abbiamo un lavoro dove classe, mestiere e ispirazione convivono senza soluzione di continuità in una scaletta che conserva, come già notavamo in passato, la matericità delle sue produzioni: un mix di velluti, sensualità, curve pulsanti, rimbalzi gommosi, stenografie ammantate di psichedelia dai tratti jazzy (e viceversa). Ma c’è molto di più di un semplice ricollocarsi nel continuum di quelle produzioni che, da DJ Premier, RZA e Havoc a Dilla e Madlib, hanno progressivamente portato il linguaggio del beat verso forme sempre più personali, fino a incontrare la parabola di The Alchemist e, per altre vie, quella di El-P e MF DOOM.
Tanto più che è lei stessa, in No I.D., a dettare le regole dall’inizio alla fine. “And I like my shit analog / So I’ma get a beat from Dilla Dog”, rappa sfacciata dopo aver snocciolato alcuni dei sopraccitati nomi: non semplici desiderata, dunque, ma la rivendicazione della produzione come firma e, insieme, di una forza “contrattuale” che le consente di scegliere quale firma affiancare alla sua. Detto altrimenti, se Alchemist non l’avesse accontentata, Badu avrebbe cercato qualcun altro con una voce altrettanto riconoscibile, il tutto alle sue condizioni.
Qui quella curatela investe il beat, decostruendolo e plasmandolo, ma anche arricchendolo con strumenti come kalimba e percussioni, mentre la co-produzione tra i due procede attraverso un processo di continua messa a punto che trova nel palco un ulteriore banco di prova. Dal 2024 al 2025, Abi e Alan hanno infatti sperimentato l’intero album in ambienti intimi e senza telefoni, insieme alla collettiva digitale di Badu, The Cannabinoids, con The Alchemist all’MPC a perfezionare e modellare i brani lungo il percorso.
Il risultato è un incantesimo sonoro per raccontare storie di vita, non necessariamente autobiografiche. Un’opera concettualmente suddivisa in quattro movimenti che seguono l’evoluzione dell’io attraverso amore, arte e identità, lasciando che passione e desiderio, speranza e dolore si contaminino a vicenda. Le caleidoscopiche basi di Alchemist fanno dunque da quinte a un teatro in cui entrano ed escono personaggi, voci e situazioni. Sedici anni fa avevamo lasciato un’artista politicamente impegnata, inquieta e non ancora del tutto pacificata; qui la ritroviamo matura e consapevole osservatrice: una storia d’amore dove l’altro è «l’unica droga che veramente sballa», la sopraccitata Next 2 U; un’altra dove desiderio e passione si scontrano invece con una realtà ben meno prosaica, To The Moon, con Steve Lacy nel ruolo del fidanzato spaventato dalla probabilità di una gravidanza; un’altra ancora più spietata, dove Badu racconta di “questa ragazza incontra questo ragazzo” che non cambierà mai per lei né per nessun’altra, Valentine, con un DRAM difensivo e manipolatorio.
Ci sono racconti corali, con Westside Gunn a portare il suo immaginario Griselda, volgare e minaccioso, e Creole Princess a opporgli una donna sicura di sé, irraggiungibile, invidiata, in I Just Play a Part; e altri più poetici e spirituali, con Earl Sweatshirt a proporre una prosa più criptica e Badu a farsi da parte e prestarsi come spalla. Sono le sfaccettature di un lavoro estremamente generoso, che attraversa l’universo delle musiche afroamericane con una forte idea autoriale: un attacco che è la quintessenza balsamica dell’r’n’b dei 90s e un finale aperto, distopico e angolare in bilico tra bop e cosmic jazz con il sax nervoso di Kamasi Washington.
In mezzo ci sono soul, jazz, psichedelia, boom bap, funk e r’n’b, spesso filtrati attraverso una lente retrospettiva che guarda alla propria genealogia senza limitarsi a celebrarla. È un disco in cui la maniera talvolta prevale sulla canzone, l’atmosfera sulla forma e il mestiere sull’urgenza, ma nel quale le parti, prese insieme, acquistano un senso che singolarmente non sempre possiedono. Badu osserva, racconta, mette in relazione e lascia spazio agli altri: una postura che sembra anche il riflesso degli anni trascorsi ad accompagnare la vita altrui, fino al lavoro di doula, e che qui diventa metodo artistico. Un’opera ipnotica e consapevole, più importante per la qualità del suo ecosistema che per la presenza di singoli brani immortali. Il cerchio, così come si è aperto, non si chiude: rimangono dubbi, interrogativi, possibilità. Un bel ritorno.
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