Recensioni

L’ultimo lavoro di Caterina Barbieri, Ecstatic Computation, sviluppava le proprie tracce attorno al concetto dei loop e della (apparentemente) fredda ripetizione di frasi sintetiche che acquisivano invece più di un afflato vitale grazie all’abilità compositiva dell’artista italiana. Una sorta di anestesia che prelude a un’estasi. A due anni di distanza esce un progetto collettivo che, traendo spunto da Fantas (traccia di apertura e vero proprio manifesto del disco) prova ad articolare le suggestioni, le influenze, i riflessi dell’universo sonoro di Barbieri. C’è qualcosa di profondamente affascinante nella ripetitività che svuota di senso un gesto, un’azione, un intento per, al contempo, riempirlo di qualcos’altro, e in questo la ricerca della compositrice si avvicina di parecchio a una specie di pratica rituale che diventa ancora più collettiva in queste variations; qui i loop e le frasi scolorano, si trasformano, si pronunciano in contesti diversi. Vivono, insomma.
Le Variazioni Fantas, allora. E per affrontarle si possono scegliere due strade: farle fluire in coda all’ascolto del punto di partenza succitato, oppure trattarle come se fossero una traduzione, senza il testo originale a fronte. Il rischio dal quale bisogna guardarsi è quello di cercare un confronto quasi formale con l’originale, la ricerca di corrispondenze che (pur essendoci, e molto esplicite) non sono la sostanza dalla quale si alimenta il progetto. È un lavoro altro, che a partire da un tema sia stilistico (l’approccio ai sintetizzatori modulari di Barbieri) sia – sì – strettamente melodico, accoglie al proprio interno soggettività senz’altro affini a Barbieri ma dalle espressività diverse. Lo fanno trasportando le scale su un altro mezzo, come la chitarra elettrica di Walter Zanetti, in un’esecuzione che fa emergere tutta l’anima minimalista che guarda (anche?) a Steve Reich e ai suoi contrappunti elettrici pensati per Metheny. Scalpellano tutta la superficie e le profondità della Fantas primigenia, queste variazioni, tirandone fuori uno scorcio, oppure appiccicandoglielo posticcio, come quando Jay Mitta sommerge l’architettura del brano con uno tsunami di poliritmi esasperanti e liberatori (Singeli Fantas).
È il fondatore dell’ottima Nyege Nyege ad aprire il terzetto di declinazioni che indagano l’anima ritmica della composizione, insieme alla versione hardcore trance di Baseck e alla rivisitazione acida di Carlo Maria trasportata sui leggendari marchingegni Roland che rispondono al nome di TR808 e MC202. Tuttavia, è quando i bpm si attenuano (o anzi scompaiono del tutto) che accadono le cose più interessanti: la ricomposizione per sole voci (e sono quelle di Lyra Pramuk, Annie Garlid e Stine Janvin) curata da Evelyn Saylor, che inclina da subito il piano della percezione in una direzione mistica con un coro gregoriano che fa microdosing e prelude al ritmo ben più tribale del sax vivissimo di Bendik Giske; oppure l’elegia scurissima dei due organi di Kali Malone con i loro dieci minuti tanto funerei quanto ipnotici che delineano una creatura sonica immersa nel buio, in un’imponente genesi mai davvero risolta.
In queste variazioni, insomma, molte della anime che in trasparenza intessevano la struttura di Fantas vengono allo scoperto, in quello che appare un vero e proprio lavoro autoptico tanto rigoroso quanto libero. Certo: tutto molto, molto cerebrale, eppure quando in chiusura il pianoforte etereo di Kara Lis Coverdale asciuga di ogni orpello la melodia, è chiaro come questo warmhole sonoro ci abbia riportati ancora una volta all’inizio, dove è la forza di un motivo a catturarci come un mantra.
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