Recensioni

7.5

Ascoltati ora, i Cramps del 1977 sembrano avere qualcosa di incompleto. Manca il basso, certo, ma Alex Chilton non si preoccupa minimamente di coprire quell’assenza in qualche modo. Nick Knox lascia spazio attorno ai colpi. Poison Ivy e Bryan Gregory potrebbero venire molto più fuori e invece, già in TV Set, sembrano un po’ stretti su una superficie elastica che si tira e si stringe al bisogno. Ivy imposta il riff. Gregory gli gira intorno. Poi arriva Lux Interior e anche lì questo ascolto retrospettivo può giocare qualche scherzo, perché sappiamo fin troppo bene cosa diventerà quella voce. Qui il personaggio c’è già, ma non ha ancora collezionato tutti i suoi (r)umori. Pochi rantoli a coprire le vocali e ancora poca caricatura horror-sessuale che finirà per rendere identificabile un disco dei Cramps dopo pochi secondi.

Con Weekend on Mars questa fragranza acerba appare evidente. Sei anni dopo, su Smell of Female, il pezzo arriva da musicisti che conoscono il motore e lo mandano fuori giri senza perdere il controllo. Memphis è un’altra faccenda. Le chitarre sembrano quasi esangui. L’esecuzione di Lux ha ancora qualcosa di instabile, anche un po’ sgraziato. Preferirla alla versione del 1983 non avrebbe senso ed è più appagante cercare quello che manca.

Il suono di Bryan Gregory concorre parecchio a generare questa sensazione di una messa a fuoco incompleta. A tratti la sua chitarra può anche dare l’impressione di disinteressarsi alla canzone, più concentrata sul rumore di una corda o da quello che succede appena fuori dal riff. Quando arriverà Kid Congo Powers, il gruppo avrà ormai appreso quasi tutti i segreti nell’uso del vuoto. Accostare quindi queste incisioni al materiale dei dischi maggiori dà la possibilità di ascoltare una trasformazione che la storia ufficiale rende troppo pulita.

Le cover sono il modo migliore per prendere coscienza di quanto la percezione del mito Cramps abbia cambiato il nostro orecchio e di quanto i quattro fossero già nel ’77, musicisti con una compattezza interna già definita. I Can’t Hardly Stand It è ancora legata alla forma datagli da Charlie Feathers, tanto che in apparenza non sembra oggetto di un cambiamento radicale, ma Ivy indurisce il giro della chitarra, Knox asciuga tutti i ghirigori country e Lux comincia a usare la voce come un vestito stropicciato preso due secondi prima dal guardaroba. Domino richiede ancora meno interventi. Una frase di chitarra, i colpi di batteria necessari, Lux. Basta. Jungle Hop appare all’improvviso e finisce in poco meno di due minuti, quasi infastidita dall’idea che una canzone debba durare di più.

È curioso anche quanto poco horror ci sia, almeno rispetto al baraccone che di solito associamo ai Cramps. Qualche sintomo c’è già. Lux ovviamente non potrebbe sembrare un cantante normale neppure impegnandosi, ma tutto l’horror camp, i drive-in e il sesso da fumetto underground non hanno ancora occupato tutto lo scenario. Queste bobine guardano più indietro. Una parte consistente della musica amata da Lux proveniva dalla fine degli anni Cinquanta. Nel 1959 aveva tredici anni ed era stato testimone della potenza commerciale del rockabilly, dell’esplosione delle radio e della musica che definisce un’epoca.

E infatti saltano fuori Twist & Shout e Hungry. Erano canzoni molto conosciute, non reperti da archeologi di archivi.

Questo rende Gravest Gravy più strano della consueta raccolta di materiale embrionale, perché conosciamo già il futuro e lo cerchiamo in ogni nota, trovandolo solo a tratti. L’assenza del basso diventerà un elemento della grammatica del gruppo. Human Fly la farà sembrare quasi una necessità armonica. L’horror prenderà il sopravvento nelle canzoni, vedi I Was a Teenage Werewolf. Con Fever e Goo Goo Muck i Cramps si spingeranno fino al punto che coverizzare una canzone altrui non significherà né rispettarla né coprirne le impronte. Nel 1977 queste cose sono ancora sparse qua e là e il fascino dell’operazione sta proprio nel cercarle.

Infine c’è Memphis. Nell’ottobre del ’77 non era una città qualunque dove andare a registrare. Due mesi prima Elvis era morto a Graceland e i Cramps arrivano agli Ardent Studios con Alex Chilton, quando la notizia è ancora fresca sulle pagine di cronaca. Memphis significava anche Sun Records, Charlie Feathers, Carl Perkins, Jerry Lee Lewis. Ma in Gravest Gravy tutto questo non è ancora diventato un museo delle cere.

Lo dimostra il momento finale, quando il disco è quasi finito. Alla fine di Rocket in My Pocket, il nastro continua a girare e dentro c’è ancora Lux, arrabbiato perché qualcuno ha interrotto una take. “Nobody fucking stops a take of the Cramps in the fucking studio”, urla. Lux a Memphis non vuole fare il turista di passaggio. Vuole registrare un disco dei Cramps e qualcuno ha avuto la pessima idea di fermarlo.

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