Recensioni

Nel 2018 il Saturday Night Live mandò in onda uno sketch in cui una cena fra amici deflagrava per colpa dei Weezer: Matt Damon a difendere l’intero catalogo recente, Leslie Jones certa che, dopo i primi due dischi e l’addio del bassista Matt Sharp nel 1998, la band fosse finita. Che uno show generalista abbia costruito una gag su una disputa del genere dice quanto la traiettoria dei losangelini sia stata contestata, ma anche quanto, almeno in America, non abbiano mai smesso di contare per il grande pubblico. Il ventesimo album, Weezer (Gold Album) non può che riaprire i termini del dibattito e porci di fronte a una questione centrale: trentadue anni e parecchi alti e bassi dopo, come ha fatto la band a rimanere rilevante?
Il percorso è noto: la consacrazione arriva subito, col Blue Album (1994), debutto e capolavoro power pop prodotto da Ric Ocasek, ma è già il più sporco Pinkerton (1996) – rigettato da critica e fan e solo relativamente di recente rivalutato – ad accendere la miccia delle polemiche. Da lì ogni mossa ha alimentato reazioni contrastanti: il calcolato ritorno pop-rock del Green Album (2001), il decennio radiofonico aperto da Make Believe (2005), ancora sinonimo di disastro dopo lo 0.4 di Pitchfork, i ritorni alle origini di Everything Will Be Alright In The End (2014) e White Album (2016), le sperimentazioni divisive synth-pop (Black Album, 2019) e del dittico chamber-pop/hair-metal (OK Human / Van Weezer, 2021). A chiudere, SZNZ (2022), quattro EP stagionali accolti da un’indifferenza tale da costare l’annullamento di una residency a Broadway.
Un tale percorso accidentato avrebbe seriamente minato il seguito di ogni band. Così invece non è stato per i Weezer: basti pensare alle arene strapiene in cui la band si è esibita per il tour celebrativo dei trent’anni dell’esordio nel 2024 La risposta non sta semplicemente nel catalogo, come per la maggior parte dei legacy acts, ma in un’attitudine, veicolata attraverso un immaginario preciso e giocata col pubblico. È quella di Rivers Cuomo, identità fondata sull’inadeguatezza anziché sul carisma: il geek goffo fissato con la musica, consapevole di esserlo.
Chi scommette sul ridicolo e per primo ci ride sopra non lo teme: per questo trent’anni di stroncature hanno scalfito poco o nulla la band. L’immaginario che traduce quella postura sta tutto in In The Garage: la rimessa come rifugio, i poster dei Kiss, il manuale da Dungeon Master, un ragazzo che canta dove “no one hears me sing this song”. Una band che si ritrae così non si mette al di sopra di chi ascolta ma accanto. Il che, all’atto pratico, si traduce in un costante dialogo diretto con la fanbase che non si è mai interrotto: l’archivista Karl Koch tiene una cronaca aperta fin dagli esordi, demo e scarti escono in una collana apposita, Cuomo in tempi recenti ha preso a discutere i lavori in corso coi fan su Discord. Ogni volta il pubblico non riceve un disco da giudicare ma un gioco a cui partecipare, e a un gioco ci si sta o non ci si sta. Chi ci sta non si sente truffato da un disco brutto, perché è solo un turno andato storto in attesa del successivo. Come in una partita di D&D, il prossimo lancio del dado potrebbe cambiare tutto.
Il Gold Album è per intero una mossa dentro il gioco. Dopo il tonfo di SZNZ, Cuomo ha studiato i numeri dello streaming con la solita perizia da contabile, traendone una conclusione netta: era richiesto il classico album chitarristico ed esplosivo à la Weezer, e tanto le sarebbe stato dato. Persino il produttore è uscito da una consultazione: chiesto su Discord quale disco degli svedesi Ghost suonasse meglio, il frontman ne ha ingaggiato l’artefice, Klas Åhlund, che ha poi coinvolto Kenny Beats per recuperare l’energia grezza delle origini e controbilanciare l’approccio ipercerebrale suo e di Cuomo. Da lì è seguito il resto: un piccolo amplificatore Gibson degli anni Quaranta spinto al massimo, timbriche desert rock prese in prestito dai Kyuss, i quattro che suonano e registrano in presa diretta nella stessa stanza senza metronomi digitali e correzioni di intonazione. Soprattutto, una redistribuzione della scrittura che non si vedeva dagli esordi: il batterista Patrick Wilson al volante insieme a Rivers, molti crediti al chitarrista Brian Bell in coppia con lo storico sodale Luther Russell, e il primo in assoluto per Koch, il summenzionato archivista ufficiale della band, rappresentazione plastica del fan che partecipa al gioco.
Il disco tocca i suoi apici nei momenti in cui l’operazione di recupero del sound che ha reso i Weezer celebri – chitarre distorte, melodie che rimangono in testa – viene accompagnata da testi che ne veicolano l’attitudine autoironica e geek. Da un lato c’è la celebrazione consapevole della propria mitologia: C.E.O. è il sequel spirituale di Undone (The Sweater Song), di cui riprende il chiacchiericcio di sottofondo e gli assoli saturi di fuzz: Rivers, amministratore delegato della propria macchina musicale, cede la scena a fan che “just want the classics” senza rimproverarli, perché anche lui rimpiange i giorni da “kid from Connecticut” in camera con un Tascam 688, la cui giocosità prova a recuperare deponendo le vesti del “mad professor” iperprolifico dell’era SZNZ. The L.A. Sound, a firma Bell e Russell, monta invece le dinamiche quiet-loud-quiet di Say It Ain’t So fino a un finale esplosivo di chitarre armonizzate à la Thin Lizzy, e celebra non il successo ma le sgangherate avventure pre-consacrazione – club maleodoranti, cibo rubato agli headliner, van senza riscaldamento – e la soddisfazione di far esplodere in faccia al pubblico “the L.A. sound”, in opposizione al dominante Seattle sound dell’epoca, e la cui autenticità che ne è poi motivo di vanto – “You can’t fake the real thing” – non viene dalla geografia – nessuno dei quattro era nato a Los Angeles – ma dall’attitudine scanzonata di una band alle prime armi. L’eroismo qui si somma al ridicolo, in un vero compendio di poetica weezeriana.
Dall’altro lato, brani come We Might As Well Be Strangers e Up In The Clouds declinano la stessa attitudine come inadeguatezza relazionale in cui il pubblico può specchiarsi. Il primo, duetto con Karly Hartzman dei Wednesday su timbriche pinkertoniane, maschera l’incapacità di gestire i sentimenti dietro pose goffe e intellettualoidi (“We lounged around, debated Nietzsche / I was too obtuse to get how much I need ya”). È il classico disastro emotivo del nerd, in cui l’incomunicabilità viene esorcizzata ridendo sagacemente per primi delle proprie inettitudini. A rappresentare i fan, in questo caso, è la stessa Hartzman, ascoltatrice che confessa preoccupata: “Don’t want your songs to become the clues / To why we lost you”, azzerando la distanza palco-pubblico. Up In The Clouds, demo dell’era Everything Will Be Alright In The End, sposa al crescendo dall’attacco acustico al climax post-grunge non una ribellione, ma una fuga dal dolore e dalle responsabilità terrene verso l’iperuranio del proprio mondo interiore. Anche nell’evasione sonica più assoluta, l’antidoto al mondo reale non è lo scontro, ma una pacifica e autoironica resa: la vera forza dell’anti-eroe sta nell’alzare le mani e tirarsi fuori dai giochi e sparire nell’ombra (“Letting go is my greatest strength / Giving up and dissolving in the night”).
L’ingranaggio si inceppa quando l’ironia cede a un’amarezza senza bersaglio o a lamentele stantie. Say Yes apre con un crescendo di feedback e uno dei ritornelli più efficaci del disco, ma sostituisce l’inadeguatezza con il vittimismo generico (“everybody here’s gonna try and drag me down”), e il geek che rideva di sé diventa un paranoico alle prese con nemici mai nominati. Hoops mette un riff cattivo di scuola Hash Pipe al servizio di una frustrazione tecnologica – il tostapane che esige la scansione di un QR code per funzionare – che fatica a sollevarsi oltre il boomerismo, mentre Nowhere cala una confusa protesta contro la speculazione edilizia su un riff fangoso à la Kyuss. Sono i momenti in cui i sagaci ragazzi della rimessa diventano signori di mezza età che borbottano dal portico, dando ragione a chi da vent’anni rimprovera alla band pigrizia lirica e autocommiserazione.
Al netto degli scivoloni, però, questo Gold Album fa bene il suo lavoro. Sia chiaro: è un ritorno alle origini senza alcun rischio creativo, e misurarsi col proprio archivio anziché col presente è in sé una rinuncia. Ma rimette efficacemente in scena l’attitudine che ha sempre contraddistinto la band più spesso di quanto si esaurisca in mero brontolio, con una produzione di assoluto livello e almeno quattro canzoni all’altezza della parte alta del catalogo tardo. Ed è autoconsapevole fino in fondo: sa di essere una manovra, lo dice, e ci getta sopra quel fascio d’ironia che resta il marchio di fabbrica della casa. In un gioco lungo trent’anni, è un turno vinto.
Amazon
