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8

Molte delle canzoni messe su disco da Mr. Hitch in oltre un quarto di secolo sono belle di una bellezza sghemba e terribile, tanto da far saltare i metri di giudizio e le categorie estetiche a cui da sempre – un po’ stancamente – appoggiamo i pensieri. Facile ma appropriato rimandarle alle intime e scontrose meraviglie del Syd Barrett solista oppure alle malferme nudità del cugino d’oltreoceano Skip Spence, fautori di bozzetti talvolta sgangherati eppure solenni, ineffabili concrezioni di (inconsapevole) genio.

Ecco, la mente di Robyn doveva essere sintonizzata su frequenze assai simili mentre escogitava i primi due album in solitario dopo le folgoranti uscite coi Soft Boys: in effetti Black Snake Diamond Role (1981) e Groovy Decay (1982) azzeccarono – soprattutto il primo – la giusta misura di incubo beffardo e visione nebulosa. Ne uscì però drammaticamente insoddisfatto, al punto da lasciarsi tutto alle spalle per cercare rifugio e meditazione nel natio Sussex: una fuga interiore tanto repentina quanto provvidenziale, perché fu allora che concepì e realizzò il capolavoro I Often Dream Of Trains. Suonato quasi interamente dal solo Hitchcock nello storto splendore di un lo fi più esistenziale che programmatico, è disco indifferente al tempo, isolato, anomalo, puro. Uno schizofrenico, lancinante riassunto d’uomo.

Occorre innanzitutto tener presente che dei 24 titoli che compongono l’ultima – forse definitiva – edizione, solo 14 costituivano l’originale: a parte le solite più o meno ovviabili versioni alternative, sono 5 le tracce inserite a mo’ di cuscinetto tra gli ideali lati del vinile. Quest’ultime, vi assicuro, tutt’altro che scarti o riempitivi: romanticherie fumose (Mellow Togheter), rabbrividenti scheletri folk (Winter Love), pure reminiscenze – appunto – Skip Spence (The Bones In The Ground), cha cha cha spettinati in salsa Beatles (My Favorite Buildings) e clamorose invenzioni melodiche che sembrano sbocciare dallo stesso nulla in cui riposa(va) lo spirito barrettiano (I Used Say I Love You). Molto vicine insomma al cuore dell’opera, dentro al quale il breve preludio di Nocturne (un piano ramingo, barbagli di puro romanticismo) sembra volerci sofficemente accompagnare.

Superata così la pellicola dello specchio, Sometimes I Wish I Was A Pretty Girl può liberare senza remore il proprio bizzarro e facinoroso sarcasmo: grattano le corde un riff ruspante pieno di sacra approssimazione, mentre la voce gorgoglia, slitta e si sdoppia inerpicandosi su scale mobili ubriache, col piano che segue a ruota, puntuto e sbilenco, preda di indecifrabile passione. Un primo passo nel delirio, che in Cathedral – arpeggio di ragnatela e piano sgocciolante sotto una luce di luna – diviene trepido incanto e disarmante abbandono, contemplazione stupita di labirinti visibili e invisibili.

Piuttosto che tendere alle asprezze di Lennon o alla bieca follia di Barrett, la voce di Robyn sceglie di mostrare tutta la propria fragile luminosità, l’anti-virtuosismo fremente e sornione: la scheggia a cappella di Uncorrected Personality Traits riesce così scellerata scorribanda Monty Python, mentre il mood della successiva Sounds Great When You’re Dead sembra estorto alla teatralità viscerale degli Who (ma l’inarrestabile impennarsi del chorus è pura emulsione Kinks), vibrante e madreperlacea nonostante la ruvidezza dell’impianto che in Flavour Of Night si concede appena una brezza di sax, intanto che l’anima rabbrividisce al passaggio di valzer fumosi e un piano alla deriva, in questo spazio senza risposte nella notte profumata di freddo e dolore. Con il RnB ebbro di Ye Sleeping Knights Of Jesus (basso caracollante e cori in derapage) si concludeva l’originale lato A, lasciando all’irruenza fragile di This Could Be The Day il compito di iniziare il contropelo, forte di jingle jangle intrecciati su prospettive clamorosamente dischiuse finché un’armonica non spazza tutta la polvere e i sogni che deve spazzare.

La successiva Trams Of Old London sembra infatti scuotersi da un appiccicoso torpore, danza di pensieri indolenti attraverso chissà quali nebbioline, memorie ingannevoli che il gospel schizofrenico di Furry Green Atom Bowl disperde nell’acido profluvio dei sensi in rivolta, per essere poi raccolte dal toccante svolgersi strumentale di Heart Full Of Leaves, minuetto rappreso per anime senza più giudizio né parola. Sprofonda in un vapore psichedelico la successiva Autumn Is Your Last Chance, memore a tal punto dell’armamentario di visioni Ultimate Spinach da imbarcarsi in prodigioso decollo sulle ali di uno straniante mantra vocale, con il che possiamo dirci ben pronti ad affrontare la title track: una mazurca d’altroquando, il legato argentino delle corde come un fiocco sullo stupore, la voce ormai arresa a se stessa e franca come un Roy Harper ad alzo zero, melodia che non si sa dove voglia arrivare (e se vuole farlo) lasciandoci così sull’orlo di un’attesa che si risolverà forse al risveglio, quando l’ultimo palpito di basso, quando l’allarme irrisolto di quel piano e quelle corde saranno il sapore di un sogno finito.

Infine, ancora il Nocturne: per chiuderci il cuore.

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