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7.5

Se è mai esistito un anno, solo uno, in cui il mondo è sembrato un posto leggermente più ospitale e pieno di possibilità da cogliere (e da sprecare, come ha eloquentemente dimostrato la Storia), quell’anno è stato il 1967. Intendiamoci: l’umanità non ce la fa a non fare schifo neanche nei suoi momenti migliori, per cui anche in quei dodici mesi contraddistinti tradizionalmente dall’hashtag “pace e amore” c’erano conflitti, violenza, razzismo, soprusi. Infuriava il Vietnam, in Medio Oriente tanto per cambiare israeliani e arabi erano in guerra anche se solo per sei giorni, i ghetti andavano in fiamme da Detroit a Johannesburg. Eppure, nonostante tutto, vibrava nell’aria uno spirito nuovo, si intravedeva almeno una piccola infinitesimale apertura verso un mondo diverso. E da quell’apertura filtrava la migliore musica pop di sempre.

Se il 1967 è l’anno del rimpianto per eccellenza per tanti che non erano neppure nati, figuriamoci per uno come Robyn Hitchcock, all’epoca quattordicenne con antenne, ormoni e cuore perfettamente sintonizzati con lo zeitgeist. Le good vibrations e quell’irripetibile senso di scoperta condiviso con milioni di altri suoi coetanei se li è poi portati dietro tutta la vita. Superati i 70 anni, arrivato il tempo dei bilanci e dei ricordi, ha sentito la necessità di raccontare (forse a se stesso prima ancora che agli altri) “come sono arrivato lì e perché non me ne sono mai andato”. Lo ha fatto con un memoir candido, surreale e divertente come il suo immaginario di artista, al quale ha inevitabilmente aggiunto una appendice sonora. Una “vacanza nel passato”, come recita la caption, nonché titolo dell’unica canzone autografa presente. Turista di se stesso, ma in fondo in quella che è casa propria, Hitch rilegge undici classici sessantasettini in acustico, perché quella è la modalità tipica del folk e – sostiene – queste canzoni oggi ormai sono patrimonio folklorico. Lui, la sua voce adeguatamente lennoniana, la sua chitarra e pochi altri contributi sparsi, da quello del vecchio socio nei Soft Boys Kimberley Rew all’amico più recente Kelley Stoltz. E con undici Everest sixties pop da scalare, per piantare la propria bandierina e poter dire “sì, ci sono passato, c’ero quando tutto questo è successo e ha cambiato la mia vita, e questo è il mio modo di ringraziare”.

Che l’approccio funzioni lo si capisce fin dalla prima traccia, una A Wither Shade of Pale di autunnale bellezza e malinconia quasi insostenibile. Si può immaginare una canzone come quella senza l’organo e la voce di Gary Brooker, solo con arpeggi di chitarra e un cantato fondo e ombroso da persona non più nel fiore della gioventù? Certo che si può, e adesso si può anche ascoltare. Rileggere in versione scarna e strumentalmente pauperistica canzoni che in originale traboccavano di wah wah, phaser, mellotron, sitar, fuzz e quant’altro ha imposto a Robyn e accompagnatori escamotage in alcuni casi molto divertenti: si ascoltino gli effetti del break di See Emily Play riprodotti dalla slide di Rew, il tremolo sulle chitarre che prova a riprodurre l’inarrivabile foschia acida di Hendrix in Burning of the Midnight Lamp, le backwards guitar di My White Bicycle, l’omaggio dei Tomorrow ai Provos olandesi.

Se in Waterloo Sunset e A Day in the Life Robyn sembra fin troppo reverente, forse intimidito nel confrontarsi con due monumenti del genere, Itchycoo Park degli Small Faces e I Can Hear the Grass Grow dei Move rimandano alla spigliatezza punk-pop-psych di quando lui e Kim erano “ragazzi soffici” trovatasi a esordire nel decennio sbagliato. Nel testo della seconda c’è il passaggio “my head’s connected to a magnetic wave of sound/with the streams of colour circles makin their way around”, uno dei tanti modi per descrivere a parole quella che doveva essere l’esperienza sonico-psichedelica dell’ascoltatore cool del ’67. Quando potevi sentire l’erba crescere e vedere l’arcobaleno ogni sera, con LSD in circolo o senza. Ovviamente anche allora l’industria aveva allungato le sue grinfie su qualcosa che era nato al di fuori della catena di montaggio capitalistica, e a rappresentare l’exploitation della cultura hippy niente di meglio della sdolcinata San Francisco, scritta da John Phillips dei Mamas & Papas per il carneade Scott McKenzie e qui trasformata giustamente in un ruminare noir e minaccioso, tipicamente hitchcockiano (aggettivo che come sempre si può leggere in due sensi). E poi c’è l’apice di questo disco-madeleine, una No Face No Name No Number (gioiello nascosto sul primo album dei Traffic) di una intensità che fa quasi male, anche se la voce di Hitchcock non è quella di Steve Winwood.

“Ero un giovane uomo, negli anni Sessanta”, cantava Robin Williamson in Way Back in the Sixties della Incredible String Band, santino di Hitch ovviamente omaggiato in questa occasione proprio con questa canzone. Per quel Robin era una proiezione nel futuro, per questo Robyn è semplicemente la verità. Solo lui può sapere quanto ci sia di rimpianto e quanto di orgoglio in quella frase. Rendere omaggio a quel periodo e a quelle canzoni per un artista come Robyn Hitchcock era in fin dei conti un atto dovuto. “Canzoni di innocenza e di esperienza”, come ha acutamente scritto Shindig! citando William Blake. L’esperienza è indiscutibile, ma qualcosa ci dice che anche l’innocenza sia ancora la stessa di quel lontano sogno chiamato ninety-sixty-seven. Quando, per parafrasare Macca nel bridge di A Day in the Life, somebody sang and we went into a dream.

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