Recensioni
Robyn Hitchcock
1967. Come ci sono arrivato e perché non me ne sono più andato
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Stefano Solventi
- 26 Settembre 2025

Qualche tempo fa rimasi colpito dalle parole di uno scrittore italiano che, presentando un suo romanzo, sostenne più o meno quanto segue (vado a memoria): “tutto ciò che è realmente significativo, accade entro i tredici anni di età”. Lo scrittore in questione è Michele Mari e ogni riferimento al protagonista – tredicenne, appunto – del suo Verderame è chiaramente voluto: del resto, pur trattandosi di fiction, l’elemento autobiografico vi agisce come fantasma e scheletro del corpo narrativo (non a caso il protagonista di cui sopra si chiama Michelino).
Cosa c’entra tutto ciò con Robyn Hitchcock? C’entra eccome. Lo dimostra il qui presente 1967, opera letteraria del musicista inglese che potremmo definire a tutti gli effetti un memoir, però come imbrattato pagina dopo pagina da uno strabordare d’immaginazione, da uno sguardo che riallaccia il tempo interiore a quello esterno, il passato remoto alla durata, rosicchiando in tal modo – in vari modi – la membrana che isola l’autore/narratore nella bolla del presente.
Non stupirà sapere che il Robyn ragazzino all’inizio del racconto ha appunto tredici anni, ed è proprio l’attraversamento della soglia del quattordicesimo anno il centro gravitazionale della vicenda, quello che lo consegna a un’adolescenza abitata da un’epica sonora destinata a incantare il buon Hitchcock per sempre. Per questo, lo avrete capito, mi è venuto in mente Mari e il suo Michelino: simile infatti lo stato di intrappolamento nella cipolla di vetro della pre-adolescenza intrisa di stupore e tremori, di attrito con gli spigoli e coi risvolti di quel mondo adulto in cui doversi incastrare, coltivando ad libitum la sensibilità per ciò che di meraviglioso filtra tra le crepe.
Solo in un secondo momento – mentre iniziavo a scrivere queste righe – mi è sovvenuto che i due autori sono quasi coetanei e che, particolare per nulla marginale, condividono un amore profondo per i Pink Floyd, per via del quale lo scrittore milanese pubblicò a suo tempo l’intrigante Rosso Floyd, romanzo dedicato al “caso” Syd Barrett che, come certo saprete, è da sempre una sorta di spirito guida (impazzito) del cantautore londinese. Ma torniamo appunto a Hitch e al suo memoir.
L’idea è quella che ho già accennato, ovvero che tutto (e per tutto intendo: tutto) sia accaduto in quel fatidico anno, al centro del quale si consumò – come sanno anche i sassi – la mitologica Summer Of Love. Ma per l’allora tredicenne Robyn era un po’ presto per godersi appieno quell’esplosione culturale ed esistenziale. Nella sua giovane vita doveva vedersela con altre questioni, tipo aprire varchi in (e cercare riparo da) una realtà quotidiana fatta di cubicoli malsani, adulti depressi/repressivi e didattica vetusta (nell’Istituto educativo di Winchester), lontano da una famiglia tutto sommato stimolante, anche se non eccelleva in affettività.
Il fall out del conflitto mondiale agiva ancora pesantemente, in ampiezza e profondità, tanto nei genitori che negli insegnanti, per non dire del senso comune ancora registrato su standard pressoché vittoriani, terreno di coltura per i rivolgimenti culturali che fermentavano lungo i 60s.
Una delle funzioni principali dell’Istruzione privata in Gran Bretagna è segnare la gente emotivamente e poi mandarla a dirigere il paese
Ma, insomma, erano gli anni Sessanta: Robyn e i compagni di collegio non potevano esimersi dal mettere in atto una strategia carbonara a base di 45 giri dati in pasto al grammofono in comune, a cui facevano seguito salti nelle tane da bianconiglio che si aprivano ai margini delle mappe conosciute (i famigerati ritrovi notturni). Hitchcock racconta insomma il percolare della controcultura nel ventre stesso delle istituzioni imbalsamate, a partire dal modo in cui Dylan (a proposito di spiriti guida) singolo dopo singolo, album dopo album spingeva come un cuneo sotto le strutture inerti dell’intrattenimento musicale, stabilendo livelli e dimensioni inedite in ambito pop(ular). A stretto giro, e in parte nella scia di Sua Bobbità, ecco Beatles, Beach Boys (“da Pet Sounds in avanti”), Jimi Hendrix eccetera a dissestare ulteriormente le vecchie recinzioni. Tutto formidabile, ma in un certo senso congruo.
A tal proposito, ecco cosa scrive il buon Hitch:
Poi la voce di John Lennon filtra dalla griglia circolare dello speaker. Già nasale di suo, dalla mia radio a volume clandestino sembra una formica, se le formiche potessero cantare. Let me take you down,’cause Im going to…Strawberry Fields /Nothing is real. I Beatles si stanno evolvendo in modo incredibilmente veloce, ma dato che i miei amici e io ci stiamo evolvendo altrettanto velocemente ci sembra del tutto naturale
Era quindi un’evoluzione (individuale e generazionale) che procedeva di pari passo con quella delle canzoni e, appunto, velocissima. Non si trattava solo di assistere allo sviluppo accelerato di forme musicali e costumi, ma di rimodellare la percezione e l’intelligenza di sé e delle cose. Quanto all’epifania del chitarrista di Seattle, ecco qua:
Poi qualcosa da far tremare la terra esplode dalla radio, anche se a un volume da formiche. SKROONK-SKREEK-SKROONK-SKREEK: WHA-DA-DA-FANG, DA-DA-DA-FANG-Purple haze all in my brain/lately things dont seem the same: Jimi Hendrix fa saltare in aria la porcilaia. I fantasmi suini ballano il jive in mezzo alla desolazione. Bill e Fred fanno la danza dei Watussi nel loro capanno infarinato. Dalle mie riviste ammuffite spuntano pagine che si girano da sole davanti ai mei occhi. Sono un adolescente in fiamme: oh cristo santo, questa è musica che ti fa levitare fino a…
Ecco, appunto: “fino a”? Non è dato sapere. Perché non c’era una vera destinazione, ma si trattava di vivere un processo, una vocazione, che si alimentava della propria stessa magia e sostanziava in tal modo l’accidentale contingenza di esistere. Il sottotitolo del libro infatti recita “Come ci sono arrivato e perché non me ne sono più andato”, riferendosi appunto al 1967 in quanto dimensione o, se preferite, modalità esistenziale. Da cui Hitch non si è più – volente o meno – smarcato. Di cui ha guadagnato irreversibilmente la cittadinanza (ed ecco perché ancora oggi ascoltandolo, vedendolo, leggendolo avverti quel senso pungente di stranezza/estraneità, come del resto capita quando sei alieno a qualunque spaziotempo in corso di validità).
A proposito di alieni, inevitabile in quella temperie l’incontro con soggetti variamente simili, tribù studentesche contraddistinte da un’attitudine anomala come i cosiddetti “groover” o i più evoluti “studiosi”, musicalmente scafati e dispostissimi a spalancare le porte della percezione, tra cui qualche inevitabile leader/guru come, beh, Brian Eno.
Lo avevo già notato in giro per Winchester, dato che vi frequenta la scuola d’arte. Ha dei capelli fini che gli arrivano sulle spalle e porta un paio di tondi occhiali da sole blu. È l’estensione logica degli Studiosi: essendo un po’ più vecchio di loro possiede l’aura del saggio. Il suo nome è Brian Eno, e pare uno che ne sa
Resta un aspetto da sottolineare, ed è l’amarezza crepuscolare che circonda adulti e anziani, visti dal punto di vista uno e bino dell’adolescente e del settantenne, protagonista e autore, senza in realtà riuscire mai a distinguere dove inizi l’uno e finisca l’altro. Gli insegnanti, i genitori e i nonni sembrano sottoposti a una gravità più densa che li appesantisce e svuota, quasi non finissero mai di pagare pegno alle tempeste belliche del secolo breve (anche fisicamente: il padre era stato ferito in Normandia). C’è uno scarto generazionale che non può essere colmato, forse non deve, ma abbattuto e ricostruito di sana pianta: ed è quello che stava accadendo, quello che sarebbe accaduto, nel bene e nel male.
«L’infanzia è l’unico stato totalitario, caro», mi sussurra un giorno mia madre
1967 è insomma un libro piccolo e peculiare (poteva essere altrimenti?) nel quale forse mi aspettavo di trovare più musica, ma che di quella musica formidabile e visionaria in attesa di sbocciare (i Soft Boys si formeranno nove anni dopo i fatti qui narrati) abbozza il terreno di coltura, le radici, il mondo, forse anche il cuore.
P.S.
Il corrispettivo sonoro di questo volume è ovviamente l’album di cover uscito lo scorso anno, 1967: Vacations in the Past, dedicato appunto alla rilettura di undici classici di quell’anno incredibile. Lo ha recensito qui su SA l’ottimo Carlo Bordone, che ha anche tradotto il libro. Tutto si tiene.
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