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7.5

A due anni dall’approdo sulla Mesh di Max Cooper con l’ep Transition (e la sua versione remixata a cui partecipava lo stesso Cooper), Rob Clouth torna con un nuovo lavoro, che ne rappresenta anche l’esordio sulla lunga distanza per la label inglese: Zero Point, «una lettera d’amore al caos, alle probabilità e possibilità, composta con campioni di dati provenienti dal cuore dell’universo», nelle parole stesse del suo autore, è ispirato al concetto dell’energia di punto zero (il più basso livello energetico possibile in un sistema quantico che, per il principio di indeterminazione di Heisenberg è diverso da zero, anche nel vuoto più assoluto).

«Considerato che alcuni fisici ritengono che la materia stessa (cioè tutto: il sole, i pianeti, noi…) sia una proprietà emergente di un sistema e che l’energia di punto zero è assolutamente casuale, è affascinante pensare che tutto ciò che vediamo intorno a noi e che ci appare organizzato, ordinato, sotto nasconda il completo caos”, spiega Clouth nell’introduzione. Rielaborando in diverse maniere i dati raccolti (e pubblicati online) da un laboratorio dell’Australian National University che misura le fluttuazioni dell’energia di punto zero, il producer di stanza a Barcellona ha realizzato davvero un album fantascientifico. Ha usato i numeri delle misurazioni raccolte per le percussioni, per settare la modulazione, per generare effetti e persino come rumore bianco.

Proprio in questa versione li troviamo in apertura di disco, nell’introduttiva Dirac Sea Birth, cui fa seguito l’avveniristica A Moirae Opening: dal falso vuoto della traccia iniziale, appena percorsa da fugaci armonie di piano, emerge caotico un wall-of-sound elettronico, che altro non è che un sommario a velocità accelerata di rimandi a tutte le tracce successive. Rob Clouth unisce però anche uno spiccato talento musicale alle doti di informatico, attento ricercatore e programmatore: la lunga Casimir nasce così da una cupa e insieme soave melodia di piano che lascia spazio a un beat inafferrabile e mutante, realizzato partendo dalla voce, processata tramite algoritmo, dello stesso Clouth. Questo gusto per l’irregolarità del ritmo torna in Emerging From, dove gli inaspettati cambi simulano i tentativi di dare ordine al caos, culminando nell’implacabile chiusa geometrica da dancefloor. Anche The Vacuum State ha una piacevolissima e trascinante vena bass-techno, ma il pezzo più massiccio e ignorante è la distorta A Flickered.

Il brano più ambizioso dell’intera opera è quasi un manifesto programmatico delle abilità di Clouth: in A Shiver Sequence i dati dell’energia di punto zero regolano la bassline e parzialmente anche i battiti elettronici, mentre le voci di sessantuno amici del produttore che recitano i numeri da zero a nove sono rielaborate e accordate secondo sequenze sempre mutuate dai dati dell’Australian National University. Ma le complesse e spesso astruse tecniche utilizzate, difficili anche da descrivere, danno vita a una musica che è sì tecnologicamente visionaria, innovativa e pionieristica, ma anche coinvolgente, spesso calda e a tratti persino organica. Esattamente quello che l’autore andava cercando.

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