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«Lo sogno spesso: una versione più giovane di me stesso, in piedi sul fondo dell’oceano, a braccia spalancate, con la bocca aperta, gli occhi sbarrati; senza vedere, senza respirare. Immobile come una roccia nell’acqua mossa».
I titoli degli otto brani che compongo il nuovo album, arrivato addirittura dieci anni dopo il precedente dei Telefon Tel Aviv, formano la frase che vedete tradotta sopra: un sogno ricorrente, che perseguita Josh Eustis sin da una disavventura capitatagli durante l’infanzia, e contemporaneamente una profonda sensazione di solitudine, di isolamento, di alienazione, sono alla radice di Dreams Are Not Enough. Come se il tempo trascorso non fosse bastato (e forse nessun lasso di tempo, per quanto lungo, potrà mai bastare). Sì, perché c’è un motivo estremamente doloroso se l’attesa per questo quarto disco del progetto elettronico statunitense si è protratta così tanto: subito dopo l’uscita del terzo album, Immolate Yourself, Charles Cooper, uno dei due membri del gruppo, ha perso la vita a causa di un probabile mix di antidepressivi e alcool. Josh Eustis, rimasto il solo titolare della sigla Telefon Tel Aviv, ha dunque preferito interrompere l’attività, concentrandosi su collaborazioni (spesso pregiate, come quelle con Trent Reznor e Maynard James Keenan) e progetti solisti. E se all’annuncio di questo inaspettato ritorno, ci si poteva domandare che cosa spingesse Josh a ripescare il nome Telefon Tel Aviv e a sfruttarlo per un’avventura in solitaria, già solamente un ascolto di Dreams Are Not Enough basterà per togliersi ogni dubbio: paradossalmente l’assenza di Charles Cooper non è mai stata così evidente come in queste tracce, ognuna delle quali pare quasi una straziante torch-song immersa nell’elettronica più glaciale ed eterea, quasi isolazionista.
Aperto dai quasi cinque minuti, decisamente introduttivi, di I dream of it often, il disco asciuga quanto più possibile il sound già essenziale dei Telefon Tel Aviv, portando allo scoperto ogni spigolo, ogni asperità, ma spesso anche le debolezze e l’inconsistenza dei brani: il risultato è un minimale pop-soul elettronico, capace di spaziare dalle inflessioni industrial di a younger version of myself a quelle più techno di arms aloft prima di abbandonarsi a una serie di numeri ambient in realtà piuttosto irrilevanti, interrotti soltanto dallo sterile noise robotico di not breathing.
Tanto fascinoso quanto poi irrisolto, questo ritorno di Josh Eustis come Telefon Tel Aviv non convince appieno e non smuove nulla nel panorama elettronico odierno, ma rischia di divenire un piccolo cult per il profondo, sincero e spesso coinvolgente mood emozionale dannatamente sofferto.
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