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“Ero più preoccupato per lui: sapevo che per Paul McCartney e George Harrison sarebbe andato tutto bene e non c’era nulla da temere, ma sono particolarmente contento che anche Ringo Starr abbia trovato la sua strada”. Così commentava John Lennon a pochi anni dalla rottura dei Beatles, quando cioè anche Ringo Starr aveva iniziato a pubblicare i suoi primi dischi, a partire dai fortunati Sentimental Journey e soprattutto Ringo.

Più di cinquant’anni dopo, il batterista più famoso e versatile del mondo sta ancora sfornando canzoni. Il beatle più attempato non ne vuole sapere di andare in pensione: pubblica Long Long Road, un disco country che, come un po’ tutti i suoi predecessori, non ha alcuna intenzione di scalare le classifiche o ansiosamente confermare la sua legacy tra i fan (che è sempre quella di batterista, non certo di cantautore). Ringo non canta né al cielo e neppure al denaro, bensì all’amore: quello per la musica, che lo accompagna da sempre.

85 anni di giovinezza, sfoggiati ampiamente in dieci performance vocali per nulla stanche. Stesso discorso per le percussioni che risultano ancora una volta vivaci, sincopate, “capitombolanti” come sempre. Un anziano in buona salute che si approccia alla musica quasi come un hobby è certo un’immagine molto tenera, ma quando si tratta di un album scritto e prodotto da T-Bone Burnett, chitarrista storico di Bob Dylan, con la partecipazione di ospiti prestigiosi quali Sheryl Crow (che appare nel pezzo che più di tutti fa il verso ai Beach Boys e ai Beatles, la title track Long Long Road), St. Vincent in Choose Love e moltissimi musicisti tra i più bravi di Nashville, è giusto ascoltare il disco e analizzarlo sul serio.

In quest’ottica, va sottolineato, per dovere di cronaca, che i pezzi non sono forse dei capolavori indimenticabili, tocca sommessamente ammetterlo, ma non ci si può davvero spingere tanto più in là con le critiche giacché qualsiasi parola negativa rivolta contro quella leggenda di Ringo deve essere evidentemente punita per contrappasso in qualche girone dell’inferno, nel caso questo esista; oppure dal Karma, come sicuramente i ragazzi di Liverpool accetterebbero di miglior grado. Meglio non rischiare.

Una nota di merito va data forse a Billy Strings e alla sua performance nella calda My Baby Don’t Want Nothing, dolcissima ballad impreziosita dalla chitarra di Strings e da quella punta di malinconia gradita a molte orecchie che il country riesce sempre a conferire, perfino ai pezzi più banali.

Sulla copertina dell’album Ringo indossa la sua iconica camicia viola in raso che abbiamo già avuto modo di ammirare in varie fasi delle registrazioni del periodo Let It Be, sul finire degli anni ’60. Un’immagine certamente nostalgica come è nostalgico il periodo che stiamo attraversando noi beatlesiani, quello cioè che anticipa il nuovo album di Paul McCartney, il retrospettivo The Boys of Dungeon Lane, in cui Ringo si vocifera farà più di un cameo.

Superati da diversi anni gli ottanta per entrambi, diciamoci la verità: ogni nuova pubblicazione potrebbe essere quella che proprio non si può dire, per lo stesso ragionamento di cui sopra, e dunque lascia obbligatoriamente un sorriso stampato sul volto degli aficionados, a prescindere dalla qualità della stessa. Quest’ultimo aspetto, sicuramente, verrà valutato con maggiore scrupolosità nel prossimo lavoro di Macca.

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