Recensioni

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Richie Hawtin è un personaggio anomalo nel panorama elettronico mondiale. Capace di sdoganare l’underground al mondo dell’effimero, è sempre stato, oltre che un produttore talentuoso, un abile affabulatore nonché efficacissimo PR di se stesso, fra i primi nel mondo dell’underground a intuire che l’immagine ed il marketing erano importanti quanto un compressore di fascia alta. Per questo è sempre stato rispettato persino dai produttori più intransigenti che, neanche troppo nascostamente, ne invidiavano la capacità di creare un personaggio trasversale amato dal vero technohead purista come dallo sfascione ibizenco Ryan Air.

In questo senso Hawtin è un dj quantistico: sta sia nell’universo mainstream che in quello underground, ma allo stesso tempo sfugge ad entrambi. Sulle prime si resta stregati dalla sua potente abilità illusionistica, ma l’incantesimo ha vita breve perché il nerd canadese che attraversava il ponte che lo portava da Windsor a Detroit per andare a ballare al Music Institute, spesso si perde per strada. Faccio ancora fatica, dopo decenni, a considerare la serie Concept compatibile a uscite come F.U.S.E. o Plastikman oppure a capire cosa volesse dire quando affermò che «Vynil is a pain in the ass» ignorando che il vinile gli aveva dato le possibilità economiche per creare il suo piccolo grande impero e che annullarne il valore commerciale lo avrebbe costretto a sacrificare l’aspetto musicale a favore dell’immagine e del marketing.

Continuo a chiedermi perché nel video di presentazione del suo album From my mind to yours si riteneva soddisfatto da alcuni sketch sonori registrati live fondamentalmente ordinari ed autoindulgenti. Dov’è era finita la produzione viscerale ma chirurgica di F.U., Substance abuse, Xenophobia, Night flight, Minus/Orange o Elektrostatik? La techno con venature acid di Hawtin, nel migliore dei casi, è stata la perfetta crasi fra razionale ed irrazionale, fra groove e wave, una sorta di EBM filtrata dall’ipnosi ritmico-psichedelica della Techno alla Derrick May o dell’acid house più mentale alla Sleazy D. Come se i suoi amati Nitzer Ebb facessero una jam con i Phuture o appunto con May.

Una musica sostanzialmente fredda ma in grado di creare quella magia di sospensione necessaria e sufficiente a connettere il nostro cuore al sistema nervoso per lasciarsi andare e ballare. Ecco, forse il suo problema è questo: quello spirito meravigliosamente primordiale e fanciullesco, caratteristico delle sue prime produzioni, è stato offuscato dal rumore di fondo delle serate settimanali, degli hangover spesso non voluti, delle troppe parole di circostanza nei backstage e degli inevitabili jetlag sempre più difficili da gestire. Probabilmente l’immersione in quella dimensione da raver puro in cui lo aveva guidato il buon Sven negli anni duemila non è riuscita a scalzare la sua indole nerd narcisista e asettica e gli elementi appresi durante questo percorso – umanissimo e dionisiaco – non si sono sempre tradotti in lavori altrettanto intensi: invece di prendere un aquilone immaginario, tornare bambino e abbandonarsi al flusso delle sensazioni, il nostro amico, forse smanioso di arrivare subito a dama, si è rifugiato nei trucchi da studio cercando quelle sensazioni in nuove macchine o nuovi effetti, dimenticando che il ‘soul in the machine’ ce lo devi mettere tu.

Da questa prospettiva la scelta di firmare a suo nome il recente Acid king, un lavoro lontano anni luce da quella sana voglia di scoperta che ha veicolato il suo accesso nel circolo dei giganti negli anni passati, sembra attestare la sua rinuncia all’esplorazione sonora e, in qualche modo, umana. Il brano, derivativo della sua stessa produzione, è una sorta di maldestra autoanalisi mascherata da clap e casse digitali tristemente distorte. L’effetto è quello di un trip falso come quelli che metteva nel packaging dei suoi primi album, furbescamente adornato da evocativi loghetti Plastikman che facevano presagire un viaggio che non sarebbe mai arrivato.

Prima di tornare giovane devi sentirlo, ricominciare a sentire, cercare il nuovo avendo chiari i tuoi limiti, ma sempre disposto a lasciarti andare. Altrimenti rischi di diventare una copia sbiadita di una tua vecchia foto che continui a far vedere perché sai che funziona ma che ormai non ti rappresenta più. Hawtin, come tutti noi, avrebbe bisogno di emanciparsi soprattutto dal suo passato e uscire dalle gabbie di sicurezza in cui si è rinchiuso per provare ad essere più di quello che è stato, a costo di non piacere a tutti. Non so se è nelle sue corde, ma in fondo glielo auguro. Magari mi farà battere il cuore di nuovo.

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