Recensioni

Cosa ci si poteva aspettare dopo una monumentale trilogia sullo stato della nazione inglese dei tre album precedenti? Dopo il passato esplorato in Peasant, il presente di 2020 e il futuro di The Ruby Cord cosa poteva rimanere ancora da dire? La risposta di Richard Dawson è che non è più il (suo) tempo di brani come l’oceanica The Hermit che apriva il disco del 2022: quaranta minuti in cui racconta la storia di un solitario che vive in un bucolico mondo dei sogni. Nel nuovo disco l’atmosfera è intima, casalinga, minimale (e chi lo segue sa quanto possa essere un aggettivo difficile da accostargli), fatta spesso di brani che si limitano a voce, chitarra e un misurato supporto ritmico. Come dichiarato dallo stesso Dawson, il disco nuovo doveva essere fatto di canzoni semplici che fossero capaci da sole di parlare a chi ascolta.
Quest’impostazione permette come forse mai prima d’ora di far emergere la forza narrativa del Dawson paroliere. Alcuni, infatti, hanno paragonato i bozzetti di The End of the Middle a racconti di Raymond Carver: attenzione ai dettagli, capacità di costruire storie universali partendo da particolari apparentemente piccoli. Non abbiamo le competenze per dichiararci d’accordo o meno. Quello che possiamo registrare è l’elemento ironico e surreale che emerge qui e là, conferendo al tutto un’atmosfera weird, proprio nel sendo di “strana”, “bizzarra”. Prendete l’iniziale Bolt: un brano che racconta una scenetta familiare in un tinello qualsiasi che viene stravolta da un fulmine che appicca un incendio. A ben guardare, però, uno dei personaggi, ovvero la mamma, sta leggendo i quotidiani del giorno prima, facendoci sollevare il sopracciglio e chiederci perché. Da buon scrittore, però, Dawson ci fornisce le domande, ma non le risposte. Come in The Question, una storia di una ragazza perseguitata da un fantasma, forse simbolo di un dolore del passato che non se ne va via e le infesta il presente.
L’atmosfera straniante è accentuata anche dalle scelte musicali tipiche di Dawson. Ci sono i falsetti improbabili che sono un suo marchio di fabbrica, soprattutto quando abbinati a melodie che possiamo semplicemente definire, oramai, à la Dawson, tanto quelle note che sembrano sempre oscillare tra intonato e stonato lo hanno reso riconoscibile. La strumentazione è anch’essa minimale (voce, chitarra, sezione ritmica), ma si avvale in alcuni passaggi di misurate registrazioni e qualche incursione strumentale che sulla carta sembrerebbe completamente fuori luogo e, invece, per qualche insondabile ragione nota solo al suo autore, funziona. Ne è un esempio il sax di Boxing Day sales e Removals van che rischia il deragliamento dell’intero brano verso il kitsch, ma riuscendo sempre a salvarsi in extremis.
Non mancano nemmeno riferimenti nobili. Come gli echi Neil Hannon in Polytunnel e l’esplosione emotiva di Knot che ricordano il Nick Cave delle Murder Ballads (ovviamente a modo suo), ovvero la dimostrazione che l’apparente sguardo ombelicale di Dawson è tutt’altro che solipsistico, ma anzi in un costante interazione con un mondo del quale, sempre a modo suo, si sente parte.
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