Recensioni

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Non si fa in tempo a sentire per la miliardesima volta (!!!) che il rock è morto, che ecco materializzarsi quattro ceffi olandesi sconosciuti ai più che sparano un disco di quelli che ti riappacificano col mondo intero, compresi i tromboni di cui sopra. Nulla di trascendentale né di particolarmente innovativo, in questo Tape Hiss, ma talmente energico, vario, caotico, sprezzante delle norme e delle codifiche che si fa apprezzare fin da subito.

Dall’apertura affidata a Sleep Little Child, tutto tranne che una lullaby, come invece si potrebbe supporre leggendo il titolo, semmai un groove hypna-beach-pop alla Ducktails & family pronto a disfarsi in una specie di garage-psych-rock sotto codeina che sale, sale fino a far girare la testa a loro e a chi ascolta. Fattanza e libertà (compositiva), insomma, che si muove sul crinale di un post-punk più di testa che strettamente sonoro, e che porta a bordate di energia pura come il “The Ex wannabe” di Composition, il groove maledetto e ossessivo di Last Day On Earth, lo psych-post-punk tenuto insieme da un giro di basso eterno di Powder Monkey, le caotiche movenze alla Fire Engines di Rat Poison Face o la danza sconnessa di Zebradelic che riporta gli scatti epilettici del caro Ian Curtis su un dancefloor storto made in Factory.

In più, un paio di episodi che rallentano la tensione ma non il marciume, il crescendo di (Machine) 1-6-8 e la nenia di Seaside Tape Hiss, dimostrano l’eclettismo sfatto del quartetto e quel gusto menefreghista di cui parlavamo in apertura e che ci piace assai.

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